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Culaperti, coppoloni, vicci, sentieri di fango e querce monumentali
Araldica torese 2/2. Quando cercesi e ricciaroli ci cacciarono da Toro. Seconda e ultima parte della ricognizione suI forti flussi migratori e immigratori dei primi anni del secondo dopoguerra del Novecento e, qui in particolare, sulla coabitazione tra i culapirte di Toro, i coppoloni di RIccia e i vicce di Cerce.

A metà Anni Cinquanta, come raccontato nella prima parte di quest’articolo (clicca e leggi), la colonizzazione dell’agro di Toro da parte dei contadini cercesi e soprattutto riccesi, era in pratica realizzata. Questo non significa che a quella data il flusso imponente sia venuto a cessare di colpo. Per esempio, negli anni immediatamente successivi continueranno ad arrivare nella Piana Antonacci i Di Domenico, Capocotti, e tra la Piana Antonacci e la Selva i loro confinanti Ciocca, Pidotti (Riccia). Nella Selva s’insedierà pure il nutrito nucleo familiare dei Miraglia da Castelpagano (BN), mentre i Di Bona (Cercemaggiore) troveranno spazio al di qua del Tappino, in contrada Ripitella, con i Germano (Cerce), e i Ciccotelli (Riccia) che risaliranno la costa per la Maitina, lasciando agli Spina (Cerce), la sistemazione provvisoria a Colle Circone e quella definitiva nelle adiacenze del Casino dei Magno in via delle Fratte... Un flusso che negli anni più vicini a noi ha portato i Nardolillo (Gildone) a stabilirsi in contrada Maitina e quindi i Mastrofrancesco e i Vitone (Cerce) a chiudere il cerchio dell’agro di Toro, andando ad abitare in Contrada Pianella.




Fine Anni Cinquanta. Il riccese Domenico Di Domenico (Mengucce Capecutte),
con la moglie Maria e la figlia Carmelina, all’epoca del loro arrivo a Toro,
in contrada Piana Antonacci (Archivio Totonno Di Domenico).



  Va detto che la coabitazione tra i toresi e i nuovi coloni, specialmente i riccesi, sia pure improntata a una correttezza di rapporti che non è venuta mai meno, non fu segnata da quella cordialità che ci si poteva aspettare. I locali, dall’alto delle loro residenze in paese e di una sorta di malcelato complesso di superiorità, guardavano ai nuovi arrivati sparsi per il territorio come a dei “cafoni”, culturalmente e socialmente arretrati, con i quali non dovevano né potevano confondersi. In aggiunta e in particolare, i cercesi erano criticati dai toresi per l’abbigliamento femminile, ritenuto di poco gusto a causa dei colori troppo vivaci, giallo, arancione, verde e turchino intenso. Quei colori sembravano incompatibili con la sobrietà locale, consacrata al nero della vedovanza, che finiva per caratterizzare quello che nei fatti è stato il costume tradizionale, indossato dalle donne anziane di Toro, in pratica fino alla fine del Novecento: scarpe, calze, gonna, camicetta, pellegrina (o scialle di lana in inverno), tutti capi rigorosamente tinti di nero. Al riguardo è rimasta memorabile l’esclamazione di una ragazza nata in Venezuela da genitori toresi, la quale venutasi a stabilire qui da noi, si affacciò al balcone di casa in viale San Francesco e vide per la prima volta la fiumana nera di devote che calavano dal Convento dopo la prima messa mattutina. Non senza un pizzico di apprensione, chiese: “Mamma, mamma, che cosa sono tutti quei zamurri (avvoltoi)?”.




Anni Cinquanta. Fiumana nera di devote toresi in processione in via Orientale.


Più che le cercesi o i cercesi, furono i contadini riccesi, dal canto loro, a muovere pochi passi e poco convinti per una effettiva integrazione nella loro nuova patria, preferendo dar vita nei fatti a una comunità a se stante, che ha mantenuto abitudini, tradizioni proprie (fondamentali quelle del Convito e dei Calzoni di San Giuseppe), e un legame privilegiato con il paese di origine, con la “Terra”, come hanno continuato a chiamare la loro Riccia.

Specialmente nei primi anni del dopoguerra, strofette e sfottò andavano e venivano tra i Capesalate e i Culapirte (Spacconi) de Ture e i nuovi arrivati, i Cuppelune (Coppoloni) o Magnapatate da Ricce e i Vicce (Tacchini) de Cerce. I ricciaroli erano chiamati Coppoloni perché una “coppolona” (la mitra da vescovo) aveva in testa il patrono Sant’Agostino, ma soprattutto per sottolinearne una certa ingenuità di carattere. Ma erano chiamati anche Magnapatate, per fissarli nella povertà che li spingeva a sfamarsi di un cibo, come le patate, in passato ritenuto di secondo ordine. Contro di loro, i toresi si esercitavano con una satira sostanzialmente bonaria che, deridendo la supponente monumentalità della cittadina d’origine, non andava più in là dal contraffarne la parlata, ricordando che ‘A Ricce so’ tutte funeste (Riccia, son tutte finestre). Assai più pesanti, invece, erano le bordate scagliate contro i cercesi, che i toresi chiamavano vicce perché più robusti degli altri (come i tacchini rispetto alle galline), ma anche perché più ingenui degli altri. In altri termini, vicce, per dirli polli. E li prendevano in giro:

U càmpanare de Cerce
è àvete e iè pezzute,
i fémmene sò puttane
e l’ùmmene sò curnute.

(Il campanile di Cerce/ è alto e appuntito,/ le femmine sono puttane/ e gli uomini sono cornuti). Attenzione, però. Anche in questo caso, al di là del dettato letterale della canzoncina, nello sfottò non c’era cattiveria, trattandosi di una formula stereotipata, valida per deridere qualsiasi paese e qualsiasi comunità. Lo prova una circostanza evidente: il campanile di Cerce non è a punta, come preteso nella strofetta, ma proprio come quello di Toro termina con un tetto a terrazza quadrata. E se è falsa la descrizione del monumento simbolo del paese, non può che essere falsato il giudizio sulla popolazione introdotto da una rima falsa.

Sennonché non si finisce mai di imparare. Sembra che u campanare de Cèrce un tempo fosse provvisto di guglia e che pizzuto lo fosse per davvero e che tale sia rimasto fino al 1927, quando per motivi di sicurezza la guglia fu abbattuta. A testimoniarlo l'amico ricercatore Stefano Vannozzi, che riferisce anche della diceria che si levò prontamente nell'occasione. E cioè che la guglia di Cerce fosse stata rubata dai gildonesi. Ciò a causa dei concomitanti lavori che a Gildone portarono proprio allora a dotare di guglia quel campanile. Sospetto acuito dal fatto che parroco di Cerce all'epoca era il gildonese don Francesco Speranza. Ma ad onta del caso che si divertiva a smantellare a Cerce e a costruire a Gildone, la diceria era del tutto infondata, come si capisce bene. Come tale fu liquidata da don Feliciano Speranza, gildonese a sua volta, nipote e successore di don Francesco a capo della Parrocchia di Cerce, interpellato anni addietro da Vannozzi. Il quale Vannozzi, per tornare e chiudere il discorso sulla strofetta satirica dalla quale siamo partiti, ne fornisce anche una variante cercese, attribuita a un tale Michele Testa, detto Frecitte. Molto meno pepata di quella torese, la variante cercese evoca un presunto spopolamento dell'abitato, dove non sarebbero più rimasti né donne né uomini (magari perché emigrati altrove, a cominciare da Toro?):

U campanare de Cèrce
é iavetté e pezzute
i femmene nce ne sctanne
e gl'uommene so fenute..





Cercemaggiore. Ricostruzione dell’antico Campanile della Chiesa Matrice con la guglia originaria
Disegno a china di Stefano Vannozzi del 2000.
La foto è tratta dal blog Longa est vita, si plena est, curato dallo stesso Vannozzi



Che non ci fosse malanimo tra i toresi e le popolazioni da cui derivavano i nuovi coloni è provato dal gran numero di matrimoni contratti tra riccesi e toresi già nei primissimi anni di coabitazione (per esempio Ciocca-Di Carlo, Quercio-Moffa, Fanelli-Ricella, Panichella-De Socio, Vassalotti-De Socio, Moffa-Evangelista, Fanelli-Farinacci, Tucci-Ruggiero …), tra cercesi e toresi (Serpone-Cassetta, Di Florio-Felice, Mascia-Iacobacci, Marino-Parziale, Serpone-Cirelli…), e tra altri forestieri in genere, per esempio paganesi e toresi (Carolla-Iacobacci, Miraglia-Marcucci, Miraglia-Parziale). Nessuna inimicizia separava le diverse comunità, ma solo il tabù che i toresi hanno continuato a rispettare: le donne e gli uomini di casa nostra si sono accasati sì con i riccesi, con i cercesi, con i paganesi, questi ultimi popolarmente sbeffeggiati con il tradizionale nomignolo di Paganisce culenire, ma sempre a patto che tutti costoro si fermassero a vivere con loro in paese e non li costringessero ad andare a vivere in campagna.




Metà Anni Cinquanta. In occasione delle nozze di Pietro Serpone (Toro) e Cristina Cassetta (Cerce),
le rispettive famiglie prendono confidenza attorno al trattore dei Cassetta,
se non il primo, uno dei primi arrivati a Toro (Archivio Marisa Serpone).



Nel secondo dopoguerra e fino al 1980, proprio in Contrada Selva e proprio per favorire i figli dei nuovi arrivati, fu necessario istituire l’unica scuola rurale che Toro abbia mai avuto, allocata in un primo tempo presso la Masseria Trotta e quindi presso le case coloniche di Rauso prima e di Di Criscio poi. Un preciso segno dei tempi è dato dalla giovane insegnante incaricata nel trennio 1953-1956, la nostra compaesana Luisella D’Amico, che fu costretta a trasferirsi a dorso di asino, per restare a pensione presso una famiglia contadina del posto (Michele Moffa), durante la settimana e rientrare a casa sua, il sabato pomeriggio, sempre a dorso di asino. Sarebbe ripartita il pomeriggio della domenica o la mattina del lunedì successivo, e questo ciclicamente quasi per l’intera durata dell’anno scolastico. Di sicuro fino a San Giuseppe. Solo con l’arrivo della primavera, infatti, il fango dei sentieri cominciava ad asciugare, dando agio alla giovane maestra di prendere in considerazione l’ipotesi di andare a scuola e tornare a casa, sempre a piedi, nella stessa giornata. Altri tempi, altri mondi, con la Fondovalle del Tappino e la via nova Boschetti, che erano ancora di là da venire, anzi da tracciare, e con la necessità, che oggi può riuscire inconcepibile, di restare a pensione per tutta la settimana a due, massimo tre chilometri da casa propria, con la brandina da campo ripiegata su se stessa e dimenticata in un angolo di quella medesima stanza, che fungeva da aula di giorno e da cameretta da letto la notte, illuminata, se occorreva, da un fumoso lume a petrolio…




Fine Anni Quaranta. La prima minuscola masseria che i Di Criscio costruiscono a ridosso del Ponte.
La masseria "Barbaroscia", più volte ampliata, accoglierà poi la scuola rurale della “Selva”
che resterà in vita fino al 1980 (Archivio Stefano Di Criscio)



Altri tempi, altri mondi, segnati da simboli che un’affrettata adesione al progresso dei tempi nuovi ha cancellato per sempre pochi decenni addietro. Basti pensare a un gigante della natura che i nostri antenati avevano fatto arrivare fino a noi con tutto il suo prezioso carico di secoli segnato negli anelli del tronco, ‘A cèrquele di Prìuete, La quercia dei Preti. Rendeva inconfondibile il profilo panoramico della Selva, esattamente come un altro gigante, ‘A cèrquela Bastone, La quercia Bastone, caratterizzava il colle San Mercurio, rimasto arido e pelato come un ginocchio, dopo che anche ‘A cèrquela Bastone, come quella di Prìuete, fu sacrificata per recuperare qualche canna di legna. Difficile dire oggi a quale delle due querce monumentali spettasse il primato assoluto della grandiosità. “Per riuscire ad abbracciare il tronco della Quercia dei Preti – racconta Gigi Del Zingaro (Padone), allora tra i più piccoli e assidui frequentatori della scuola della Selva e fedele accompagnatore della maestra Luisella nelle sue arrampicate pomeridiane per tornare a Toro – dovevamo darci appuntamento almeno in dodici bambini!”. Il nostro territorio comunale non ha niente di simile da mostrare oggi. Giusto per avere un’idea, se tre (massimo quattro bambini), riescono comodamente a cingere il tronco del secolare olmo del piazzale del Convento, immaginiamo che cosa di enorme e meraviglioso doveva essere ‘A cèrquele di Prìuete della Selva di Toro.

                      Giovanni Mascia

RINGRAZIAMENTI.
Non avrei potuto scrivere queste note di storia recente ma semisconosciuta senza l’aiuto di decine di informatori. Li ringrazio di cuore a uno a uno, anche se impossibilitato per evidente penuria di spazio a pubblicarne tutti i nomi. Tuttavia non posso fare a meno di ricordare i contributi rilevanti dei miei genitori Angelo e Anna Iacobacci, e di mio sujocero, Nicola Quercio, nonché di Peppe Iacobucci (Mazzola), Antonio Moffa (ex autista), i fratelli Gigi e Totonno Di Domenico (Capocotto), Stefano Di Criscio (Barbaroscia) con la moglie, Florindo e Donato Del Zingaro, la maestra Luisella D'Amico, Gigi Del Zingaro (Padone), Domenico Tullo, Marisa Serpone, Michele Sciandra... Fondamentali i documenti conservati presso l'Archivio Comunale, riordinati dall'Archivio di Stato, e consultati a suo tempo presso quella che una volta era la nostra "Casa del Comune" e casa comune.



Clicca e leggi la prima parte di questo articolo

Nota Bene.
La prima e la seconda parte sono comparse anche sul Bollettino de La voce di Mercurio, rispettivamernte
n. Giugno 2013
e n. Luglio Agosto 2013


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Postato il Martedì, 15 ottobre 2013 @ 00:00:00 di giovanni_mascia
 
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