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Un torese di cui andare fieri, Giovanni Lastoria, benefattore in Venezuela
A margine della presentazione del libro di Michele Castelli, La presenza dei molisani in Venezuela, alla Biblioteca Albino di Campobasso, abbiamo accennato a una vicenda che fa onore innanzi tutto al protagonista. Un medico italo venezuelano. E fa onore a tutti gli italo-venezuelani, in special modo i molisani, e soprattutto i toresi, che come lui sono stati chiamati a lasciare i parenti, gli amici e la terra natia, per andare a guadagnarsi da vivere nella “tierra calienda”.



Campobasso 22 novembre 2013. G. Mascia presenta il libro di M. Castelli, La presenza dei Molisani in Veneziuela


A rendere nota la storia nelle sue linee essenziali, mesi addietro, è stato Michele Petraroia. In occasione di un suo viaggio a Maracay, Michele rimase colpito da un dipinto enorme su un muro all'interno di una casa famiglia che ospitava anziani italiani poveri. Proprio dagli ospiti della struttura, che non accoglieva nessun molisano e nessun torese (particolare che ci sembra importante), era stata disegnata una cartina gigante dell'Italia con una sola città riportata sulla stessa, come ne fosse la capitale: TORO (Molise).



Immersa nel verde la Casa di Riposo "Angelo Petricone a Maracay, Venezuela
Sulla sinistra, il "Monumento" dedicato all'Italia



Petraroia ha scoperto poi che il nome di Toro su quel monumento alla buona, non certo un capolavoro artistico ma pur sempre un segno tangibile di riconoscenza, era per rendere grazie e onore a un non meglio specificato dottore di origini toresi, che andava a visitare gratis gli anziani ricoverati in quella casa di riposo intitolata a “Angelo Petricone”, un emigrato abruzzese che, a suo tempo, aveva ricoperto l’incarico di Viceconsole di Maracay.



Il monumento piuttosto naif eretto all'Italia dai "vecchietti" dela Casa di Riposo "Angelo Petricone a Maracay, Venezuela



TORO (Molise), capitale d'Italia a Maracay


Per sapere il nome del nostro concittadino benefattore, abbiamo contattato a suo tempo Loredana Parziale che vive a Maracay. Interpellati i responsabili dell’anzianato, Loredana ha appreso il nome del medico torese: Giovanni Lastoria.



Il dottor Giovanni Lastoria


L’infanzia di Giovanni Lastoria e dei suoi sei fratelli è stata segnata drammaticamente dalla perdita di entrambi i genitori. Suo padre, Pietro, originario di Civitanova del Sannio, ufficiale postale a Toro, nei primi anni Cinquanta, era rimasto vedovo con quattro figli maschi. Aveva sposato in seconde nozze Lucia De Michele detta Lina. Erano nati altri tre figli: Renato (1954) e i gemelli Beatrice e Giovanni (1956). Morti prematuramente uno dopo l’altro i genitori, i fratelli più grandi furono posti in collegio. I tre figli più piccoli rimasero in paese con i nonni Cola De Michele e Gaetana Rossodivita. Beatrice fu la prima ad essere adottata dagli zii Nicola Mazzarino e Antonietta De Michele, sorella della madre, all’epoca residenti in Venezuela.

Il prosieguo della storia ce lo racconta lo stesso Giovanni Lastoria, che abbiano contattato e intervistato su Facebook, dopo averlo conosciuto ragazzo a Toro, quando era conosciuto come Gianni.
    Sono arrivato in Venezuela nel 1965 all’età di 9 anni, Renato [scomparso di recente] è venuto molto tempo dopo. Mi hanno accolto i miei zii cioè Pietro De Michele, fratello di mia madre, e Maria D´Amico. Appena arrivato, ho finito di frequentare le scuole elementari, poi ho fatto il liceo scientifico e quindi mi sono laureato in medicina all´università di Carabobo, e specializzato in medicina occupazionale, cioè medicina del lavoro. Sono sposato, ho tre figli, il maggiore è appena laureato in ingegneria elettronica, gli altri due studiano anche essi da medici. Sono sempre in contatto con i miei fratelli, specialmente con Beatrice che è la mia gemella e adesso abita a Campobasso. Da anni non ci vediamo, cioè dal 1995 quando sono venuto in Italia nel mese di dicembre. Qui a Maracay il mio parente più stretto è il mio cugino Antonio Mazzarino con la sua famiglia (è il fratello di Nicola Mazzarino che è a Toro e che voi senz’altro conoscete).
Allora Gianni, cosa ci dici in merito a questa nostra Toro, capitale d’Italia a Maracay?
    Come ho detto, sono arrivato in Venezuela nel 1965 proprio il giorno del nostro patrono San Mercurio. A dire la verità ho conosciuto la signora Loredana Parziale di Toro poco tempo fa in occasione della verbena [festa] di beneficenza per l´Anzianato che si è fatta nella Casa Italia di Maracay, e fu lei che mi parlò di Petraroia che aveva ricordato con ammirazione il medico oriundo di Toro che prestava servizio nella Casa di Riposo "Angelo Petricone". Sì, sono proprio io che da più di venti anni visito una volta alla settimana e mi presto per i consulti per gli anziani che vivono nell´Anzianato, lavoro che compio con molto amore e devozione per i vecchietti.




Gianni, hai contatti con Toro?
    Leggo sempre le notizie di Toro attraverso Toroweb, sono rimasto molto contento della riapertura della nostra cara chiesa, ma anche è vero che si leggono cose triste come per esempio il troppo abbandono del nostro caro e amato paese.
Cosa ricordi del paese della tua infanzia?
    Certo ho tanti ricordi anche se son venuto qui molto piccolo. Mi ricordo tante cose, come per esempio i giochi che facevamo con gli amici come per esempio a pallone per le strade improvvisando con qualche pallone sgonfio. Di fronte alla casa di mio nonno Nicola c’è uno spiazzale che lo chiamavano "u lisciate", dove passavamo il maggior tempo giocando. Durante l’epoca della raccolta del grano, ricordo che si spargeva il grano davanti alle case per farlo seccare (penso), e noi ragazzi briganti lo calpestavamo e indietro sentivamo le urla delle anziane che ci sgridavano. Ricordo sempre che durante l’inverno mio nonno quando mi veniva a prendere a scuola, mi copriva completamente con un abito che lo chiamavano "a mantelline"per coprirmi dal freddo e molte volte da qualche nevicata, e camminando non mi faceva neppure guardare la strada, ricordo anche quando mi portava in campagna sopra l’asinello. Il giorno di San Giuseppe ci invitavano a "u cummite": mio nonno faceva San Giuseppe e io il bambinello. A me piaceva molto cantare e ricordo che in piazza del Piano mi chiamavano i ragazzi molto più grandi di noi, come Filippo "Crescinze" e altri di cui non ricordo il nome, e mi dicevano: - Giannetì, fatte ‘na canzoune ca t’accattame u gelate). Sono tanti di quei ricordi che non basterebbe una giornata per raccontarli. Dei toresi ricordo che all’epoca era gente molto unita,tutti si conoscevano e sarà perche uno era bambino ti trattavano sempre con molto affetto. Cari amici, speriamo che qualche giorno possiamo rincontrarci e continuare a ricordare insieme tante belle cose del nostro caro paese.
Ce lo auguriamo di cuore, carissimo Gianni Lastoria. Intanto grazie per averci data occasione di rincontrarti online per raccontare questa bellissima “cosa”.
Postato il Sabato, 23 novembre 2013 @ 07:45:00 di giovanni_mascia
 
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