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Una visita rimasta famosa: quando i fratelli Ferrara ritornarono a Toro
A Toro sono vissuti intrattenitori dal talento innato, capaci di far volare il tempo, incantando grandi e piccoli con i loro racconti. Uno dei più bravi, forse l’ultimo della serie, è stato Nicola Antonio Parziale, meglio conosciuto come Zi ‘Ntonie Ceccuttille, che ha animato e reso indimenticabili le serate di una volta, passate in gruppo a formare i cosiddetti ruoti, d’estate al fresco davanti casa e d’inverno davanti al camino.


Nicola Antonio Parziale, ‘Ntonie Ceccuttille. in compagnia di Carmine Garzone
a un pranzo nunziale, Campobasso 1960 circa.
Tra i due, i fratelli Peppe e Nicolina Parziale (Archivio Peppe Parziale)



Contadino, riconvertitosi macellaio dopo una breve parentesi venezuelana, e quindi commesso di banca, ma soprattutto cacciatore e pescatore, per non parlare della sua attività politica di attivista liberale e consigliere comunale, a volte di maggioranza, più spesso di opposizione, Zì ‘Ntonie sprizzava simpatia con i capelli neri ben ondulati e lucidi di brillantina e i baffetti alla Clark Gable. Agli occhi di noi ragazzi, era addirittura un mito per i suoi fucili, la cartucciera, gli stivali di caucciù, per non parlare dell’elegante sicurezza con cui affilava l’uno contro l’altro i coltellacci con i quali scannare, pelare e squartare il maiale. Ma sapeva ammaliare anche gli adulti, Zì ‘Ntonie. Giusto per dirne una, riusciva a dirottare sulle rive assolate del Lago di Occhito decine di amici attempati, che mai e poi mai si sarebbero sognati in vita loro di finire ad armeggiare con piombo e bigattini, per contribuire in maniera decisiva a fare della pesca con la lenza uno sport di massa a Toro negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso.

Si sa, pescatori e cacciatori si aiutano assai con la parola. Zì ‘Ntonie la padroneggiava in maniera assoluta, infiorettando le sue avventure di caccia e pesca, e sciorinando aneddoti ed eventi del paese e dei paesani. Il suo cavallo di battaglia resta il resoconto di ciò che accadde in casa di Martinangelo Ferrara, detto Panzanare, la sera in cui si aprì ad accogliere il ritorno in paese dei fratelli minori: Francesco detto Cecchille e Vittorino. Siamo negli anni Venti del Novecento. Fabbri di professione (nomen est omen), i fratelli Ferrara erano emigrati e avevano fatto fortuna a Torino dove si erano sposati. E ora ritornavano per una breve visita mirata a far conoscere alle giovani consorti il paese di nascita e la famiglia di appartenenza.

Allora, ci si teneva e si facevano le cose in grande. Tra fratelli, sorelle, cognati, zii nipoti, cugini, la casa di Martinangelo Panzanare, brulicava di parenti assiepati nell'ampia cucina, e tutti con una pasterella e un bicchiere di vino in mano. Gente alla buona, gente di paese, vestita come poteva, spesso costretta a coprire alla meno peggio le tracce che la vita si era divertita a lasciare sulle loro carni di poveri cristi. Insomma, una piccola corte dei miracoli, che Zì ‘Ntonie sapeva evocare da par suo, impersonandone i vari elementi, che richiamava in vita e faceva sfilare con i tic dell’uno, il balbettio dell’altro, la fisionomia guercia dell’altro ancora, l’avanzare pesantemente claudicante del quarto, e così via.

Impossibile non riderne, ma chi ha avuto la fortuna di assistere al racconto-pantomima alla presenza di Ginuccio ‘A Zuzzèlle, può dire di sapere che cosa significa sbellicarsi davvero, anzi pisciarsi sotto dalle risate. Ginuccio non la smetteva mai di ridere. E Zì ‘Ntonie gli dava corda assestandogli sonori ma affettuosi scapaccioni sulla collottola e tornando a ripetere di continuo i tic, i tartagliamenti, le occhiate in tralice, le camminate sbilenche dei parenti che si erano portati in casa di Panzanare in via Pozzillo a conoscere le mogli cittadine di Cecchille e Vittorino.

Diciamo la verità, la lunga teoria di personaggi singolari rievocati da Zì ‘Ntonie era in gran parte inventata. E se non inventata, di certo enfatizzata nelle sue bizzarre caratterizzazioni. Non così le ultimi due figure in repertorio. Ecco Zia Manuèla de Lèzie: la zia materna dei due giovani fabbri, un donnone nubile, la dea ex machina in un antro infernale che solo la buona volontà dei concittadini poteva chiamare forno pubblico. Per colmo di eccentricità, Zia Manuèla fumava, fatto eccezionale per l’epoca. Addirittura sigari toscani, che per sopraggiunta aspirava tenendone l’estremità accesa in bocca.

Quando poi alla ribalta appariva Pasqualino Napoleone da San Giovanni in Galdo, si era certi di filare diritti diritti alla battuta finale, favorita dallo stesso Napoleone, che in qualità di marito di Maria Giuseppa Ferrara, sorella di Cecchille e Vittorino, si presentò alle cognatine torinesi, dicendo con accentuata cadenza sangiovannara: “Piècére, so' Pèsquèline Sèntone. Parle sette lingue e sacce pure u 'nglése!”. Beh, a questo punto sarebbe stato inconcepibile se l’una o l’altra delle due ragazze non fosse sbottata, rivolta non importa se a Cecchille o a Vittorino o a tutti e due, esclamando: “Che bella famiglia di disgraziati!”.

Ma sicuramente lo disse con simpatia e sorridendo. Di certo, con tanta simpatia e sorridendo lo raccontava Antonio Nicola Parziale, che - sia detto a chiare lettere - non era ancora nato quando accadevano queste cose e, se nato, era ancora in fasce. Con altrettanta simpatia e con un sorriso ho provato a fissare qui sulla carta le linee essenziali di quella visita, con la certezza che da qualche parte, e in qualche modo la pantomima continui ancora, animata dai baffetti alla Clark Gable di Zì ‘Ntonie Ceccuttille e le risate sonore e incontenibili di Ginuccio.

Nota: Si prega di citare la fonte in caso di utilizzazione del testo. Questo articolo è protetto da diritti Creative Commons
Postato il Mercoledì, 26 marzo 2014 @ 09:35:00 di giovanni_mascia
 
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