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Dal ridicolo al patetico: fenomenologia di utilizzatori dei social network
Un identikit impietoso di quanti, non avendo compreso l’utilità dei social, si muovono tra un post e l’altro con fare patologico preoccupante e spesso finiscono per confondere la vita reale con quella virtuale, dando vita a comportamenti tra il ridicolo ed il patetico. Come quelli di tantissimi che, quando si incontrano per strada a stento si salutano, ma che sul web non lesinano baci, abbracci e condivisioni varie.




Una delle situazioni in cui è possibile assaporare l’irresistibile gusto delle piccole gioie dell’esistenza, è quella di imbattersi inaspettatamente in un caro amico di gioventù, sedersi insieme al tavolo del bar teatro di mille sfide a tressette, davanti ad un calice di birra gelata e parlare per ore delle quotidiane altalene umorali della vita e della sua ambigua bellezza.

È proprio quanto mi è capitato poche sere fa quando ho incontrato Marco che, tra considerazioni semiserie e musica anni ottanta, ad un tratto aggrotta la fronte e mi dice: “Luca, sai cosa ho escogitato per superare i momenti di tristezza? Uso la mia password, entro in Facebook, mi ricordo di quanta gente sfortunata c’è nel mondo e subito torno ad essere sereno e felice”.

Superata con disincantata leggerezza la fase dell’ilarità e dello scherzo, toccava a me corrugare la fronte, perché quelle parole avevano acceso nella mia mente una riflessione quanto mai seria su quanto possa rivelarsi deleterio l’uso irragionevole dei social network .

Ho pensato, in base alla mia esperienza, che in realtà tante persone hanno ben compreso quale è il giusto spazio che i social debbano occupare nella vita di tutti i giorni e quale debba essere il corretto uso di questi diabolici marchingegni, sia nel caso in cui vengano utilizzati per comunicare con amici e persone care, sia che vengano scelti come strumento per dare sfogo al proprio ego, alle proprie fantasie ed ai propri sentimenti.

I sentimenti, in particolare, sono così preziosi che poco conta come vengono espressi e veicolati nella realtà empirica. Anche la diffusione dell’arte e della cultura in qualsiasi ambito, il portare avanti una battaglia politica, ecologica o in difesa degli animali, restano tutte azioni nobili, pure se delocalizzate nelle piazze virtuali spesso affollate da perditempo di ogni genere.

Ben accetto è anche il comportamento di quelli che scelgono i social per ridere e far sorridere, pubblicando video, foto e barzellette; ed è indubbiamente una idea positiva nonché una importante possibilità condividere, anche a centinaia di chilometri di distanza, un istante di festa, un momento di commozione o di fortissima emozione che altrimenti potrebbero essere protagonisti solo di racconti ormai tardivi ed in bianco e nero, privi di particolari intensi e di immagini vive e colorate.

Penso ad una zia che da Toro può vedere in tempo reale le foto del nipotino nato a Milano; oppure ad un caro parente emigrato negli Stati Uniti che può partecipare ad un lieto evento in cui è riunita tutta la sua famiglia in Italia, come se fosse lì, ad un passo dalla torta.

Tuttavia, molti sono quelli che non hanno compreso affatto l’utilità dei social, che si muovono tra un post e l’altro con fare patologico preoccupante e che spesso finiscono per confondere la vita reale con quella virtuale, dando vita a comportamenti tra il ridicolo ed il patetico.

Non si comprende, nei fatti, per quale motivo un ragazzo senta il bisogno di pubblicare su Facebook un messaggio di amore alla propria ragazza, quando lei è lì, a pochi metri da lui, e lo sta guardando negli occhi. E lei, che invece di preoccuparsi per il suo stato di salute psichica, ricambia tutto il suo amore scrivendo sotto il post un bel commento del tipo: “Anche io ti amooooooooooooo!!!” (perché poi tante “o”, una non basta? Non è educato urlare, neppure nelle piazze virtuali).

Ed è altrettanto complicato comprendere come, a pochissime ore da un evento importante, una persona possa anche soltanto pensare di entrare in Facebook per scrivere stupidità dozzinali proprio a proposito di quell’avvenimento, impoverendo uno dei momenti più emozionanti della vita, abbandonandolo nella piazza virtuale tra video di gare di peti e di ragazze disinibite con le tette finte in bella mostra.

E immagino il tizio in questione, mentre le persone care cercano con immane difficoltà di trascinarlo sul luogo dell’evento, con lo smartphone in mano e la bava alla bocca, desideroso di vedere tanti “mi piace” sotto le cretinate che ha scritto, ridicolizzando inutilmente se stesso e chi gli è vicino.

Un'altra tipologia di sociopatico del web è quello che utilizza gli aforismi di grandi pensatori e scrittori per pontificare e mettere in mostra tutta la sua cultura ed esperienza di vita. Mai in grado di partorire una propria idea delle cose della vita, è il classico ignorante che fa l’intellettuale con il cervello degli altri, incapace di esprimere anche il più semplice dei pensieri con parole proprie, spesso contraddicendosi da un post all’altro, incapace di rendersi conto del contenuto di ciò che “condivide” come un vecchio pappagallo.

Ancora, tra i vari personaggi grotteschi che si possono incontrare sui social, va ricordato quello che pubblica, minuto per minuto, tutti i suoi stati d’animo e tutto quello che fa, senza tralasciare i particolari. Peccato, però, che si tratta sempre di racconti meschini e poco interessanti: da un normalissimo stato di irritazione ed una banalissima sensazione di stanchezza, si passa alla deprimente foto di un caffè abbandonato sul bancone lercio di un bar di periferia, alla notizia che non ci sono più le mezze stagioni, all’avviso che fuori fa davvero molto caldo ed alla constatazione che non tutti gli ozoni riescono con il buco.

Credo che questa sia una delle malattie più frequenti del terzo millennio che dovrebbe destare forte preoccupazione tra gli esperti di sociopatologie. Ed è senza dubbio un malessere subdolo, perché può attaccare larghi strati della popolazione, soprattutto tra i meno colti, e si insinua nella mente senza provocare apparentemente alcun danno.

È la smania di essere protagonisti in una “isola che non c’è”, il desiderio di vivere da “personaggi” in un mondo di fantasia dove le idiozie e gli atteggiamenti dozzinali diventano come per magia gesta eroiche degne di nota. E’ il paradiso di chi non sa fare niente, ma che “condividendo” le parole altrui può fare un figurone.

È la droga, gratuita, della società contemporanea, di chi sta sempre dietro al computer o con in mano il cellulare per pubblicare fatti e immagini perlopiù banali o inutili che non potrebbero mai destare interesse in una persona normodotata, ma che attirano tanti “mi piace” e commenti altrettanto banali e inutili da perditempo e “squagliachiumme”che, appare lapalissiano, non hanno molti hobbies o interessi per riempire le loro giornate.

Forse è anche un modo per nascondere a se stessi ed agli altri i fallimenti e le desolanti insoddisfazioni della vita reale, dove probabilmente si pensa di non ricoprire un ruolo degno di nota e dove evidentemente nessuno mette mai un misero “mi piace”, ed i commenti lusinghieri lasciano il posto ad un silenzio di cupa e anonima mestizia.

Ecco, allora, che il social diventa il rifugio dove alcuni possono trovare riparo per sentirsi “importanti” e “cool”, anche perché un conto è essere nascosti dietro al computer o ad un cellulare chissà dove, una cosa è relazionarsi con gli altri dal vivo, avendo il coraggio di mettere a disposizione del “tatto” altrui i propri pregi e le proprie debolezze, senza avere paura di dimostrare il proprio reale valore, aldilà di ogni futile apparenza.

L’uso sconsiderato dei social è anche una delle maggiori cause di disintegrazione dei rapporti umani che possiamo facilmente constatare nella realtà della vita quotidiana, dove sono tantissimi quelli che quando si incontrano per strada a stento si salutano, ma che sul web non lesinano baci, abbracci e condivisioni varie.

Sarebbe un bene per tutti tornare ad essere reali e smetterla di vivere da personaggi dei cartoni animati in una dimensione che dovrebbe essere relegata allo svago ed allo scherzo, purché connotati da un minimo di senno.

Luca Castiello
Postato il Mercoledì, 02 luglio 2014 @ 17:40:00 di giovanni_mascia
 
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