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Araldica torese 3/2. Gli orfani bianchi di Don Camillo e del maestro Sanges
L'articolo, che è la seconda e ultima parte sui soprannomi storici di Toro, porta come sottotitolo la dicitura "L’ultima fiammata di soprannomi negli Anni Cinquanta del secolo scorso". E' comparso sul bollettino La Voce di Mercurio, novembre - dicembre 2013.

Prima che le mutate condizioni di vita ne rendessero superfluo l’uso, i soprannomi diedero origine a un’ultima fiammata nel corso degli Anni Cinquanta del secolo scorso, nel decennio che segnò il discrimine tra la vita contadina di sempre e i tempi nuovi. Il decennio che vide consolidare la colonizzazione dell’agro torese ad opera dei contadini riccesi e cercesi e l’emigrazione correlativa dei toresi, soprattutto verso il Venezuela. Erano partiti a frotte i giovani toresi, scapoli e sposati, e nella quasi totalità partiti da soli. Gli sposati avevano lasciato mogli e figli piccoli, decapitando il proprio nucleo familiare della figura del padre, e affidando di fatto alla moglie il ruolo di capofamiglia. Ed ecco, allora, il verificarsi di una circostanza che proprio nuova non era. Veniva a riproporre quando già successo con le prime ondate migratorie di fine Ottocento e inizio Novecento. Successe anche ai ragazzi nati a ridosso della Seconda Guerra Mondiale quello che era successo alle generazioni precedenti nate a cavallo tra Otto e Novecento. Rimasti privi della figura paterna emigrata oltreoceano, quei ragazzi rimasero naturalmente privi anche del soprannome paterno che sarebbe spettato loro per discendenza diretta, e si videro etichettare sic et simpliciter con il nome della madre unito direttamente al proprio, in una sorta di vero e proprio genitivo alla torese.

Qualche esempio: Nicola Angiolina [cioè Nicola (Iacobacci, figlio di) Angiolina], Peppino Enedina [cioè Peppino (Grimaldi, figlio di) Enedina], Ninuccio Carmela [cioè Ninuccio (Di Carlo, figlio di) Carmela]. In qualche circostanza il rapporto di filiazione era meglio evidenziato dalla preposizione semplice “di”, come nell’esempio di Giovanni di Emma (Rossodivita).

In altri casi i ragazzini, orfani bianchi di padre, non attinsero al nome, ma ereditarono il soprannome della madre, come nell’esempio di Nicola Capirroni (Iacobacci) e di Antonio Pizzi (Simonelli) o dei cugini Peppe Tucci e Donato Simonelli, che si videro identificare come Peppe e Donato Colabozzo, o anche, giusto per citare una ragazza, Antonietta ‘A Mingona (Ferrara). In altri casi ancora, più che la madre, era la nonna a vantare una sorta di preponderanza onomastica in famiglia, ed ecco allora gli esempi di Linuccio Peternilla [cioè Linuccio (Evangelista, nipote di) Petronilla], e dei fratelli Simonelli, Nicola, Filippo, Antonietta e Pinuccio Luciella Fino…

Erano gli anni di don Camillo Iacobucci, all’epoca giovane parroco e animatore dell’Azione Cattolica, la cui sede, nell’oratorio superiore (attualmente degradato a sacro magazzino), divenne centro aggregante di tutto il paese, con la popolazione che si ritrovava accalcata a sera attorno al primo televisore arrivato a Toro, un minuscolo apparecchio di appena 15 o 17 pollici in bianco e nero. Quel sodalizio visse in quel tempo la stagione più florida, grazie alla partecipazione massiccia dei ragazzi toresi, a cominciare proprio dai figli degli emigrati, i quali, potendo contare sulle rimesse che i padri facevano pervenire dalla Tierra calienda, erano stati incamminati tutti sulla strada degli studi e, di certo più o meno inconsciamente, vedevano nel prete un surrogato della figura paterna.


Metà Anni Cinquanta. Don Camillo con i ragazzi dell’Azione Cattolica
Questi i nomi di tutti i ragazzi della foto, riconosciuti anche con l'aiuto degli amici:
1 Peppe Fracasso (Campanèlle), 2 Filippo Simonelli (Leceièlla Fjne), 3 Paoluccio De Michele, 4 Peppino Grimaldi (Enedjne),
5 Mercurio Iacobacci (Scevècchie), 6 Mario Cutrone (Termoli), 7 Giovanni Rossodivita (de Émme), 8 Antonio Serpone (Zengarille),
9 Mario Martino (vive a Pistoia), 10 Salvatore Miozzi (Guardaboschi), 11 Antonio Folchi (Felchetille), 12 Antonio Ferrara (Fasciano),
13 Martinangelo Caruso, 14 Ninuccio Di Carlo (de Tjtte), 15 Loris Laurelli, 17 Alberico Rossodivita, 18 Francesco Tucci (Gagliarde),
19 Nicola Iacobacci (Caperrune), 20 Mercurio Tucci (Caperrune), 21 Don Camillo Iacobucci, 22, Salvatore Tromba (fratello di Mecheleccille), 23 Giovanni Iacobacci (Scevècchie), 24 Pinuccio Iacobacci (Scatozze), 25 Angelo Salvatore (Baróne), 26 Gigi Lastoria,
27 Gaetano Graziano (da Védeve), 28 Peppe Parziale (Ceccuttille, emigrato in Argentina) 29 Matteo LIstorti (Castelljne ?)
30 Pasqualuccio Listorti (Castelljne) 31 Mercurio Folchi (Felchetille). 32 Antonio Simonelli (Pjzze), 33 Peppe Miozzi (di Nicolino)


Prima di don Camillo, che arrivò a Toro nel ‘48, già nei primissimi anni del dopoguerra, i ragazzi toresi avevano trovato in don Saverio Sanges un altro padre putativo, benemerito della nostra comunità. Ad onta del “don” che lo accomunava al parroco, don Saverio non era un sacerdote ma un insegnante elementare, originario di Celenza Valfortore (Foggia). A Toro aveva sposato Flora De Sanctis, insegnante a sua volta, dalla quale non aveva avuto figli. Ed eccolo, quindi, legarsi ai suoi alunni non solo in nome del legittimo rapporto didattico ma anche per compensare la mancata paternità fisica con una più generale paternità spirituale e affettiva, a volte suggellata dal “vincolo del San Giovanni”, ovvero proponendosi o rendendosi disponibile come padrino di cresima dei suoi alunni. Sosteneva don Saverio che, per una loro equilibrata crescita, era necessario dotarli di una buona cultura religiosa e civile. Dalle parole ai fatti. Grazie a lui, furono decine i ragazzi toresi di buona intelligenza ma di scarsi mezzi economici ai quali fu permesso di frequentare ad Albano Laziale o a Torre del Greco i collegi retti dai lasalliani, ovvero dai Fratelli delle Scuole Cristiane. In mezzo ad essi Mercurio Simonelli, che diverrà a sua volta un lasalliano, prima di svestire l’abito della congregazione per dedicarsi all’insegnamento nelle scuole statali e quindi prendere i voti sacerdotali, a sessant’anni, una volta collocato in pensione.



Toro, Centro Caritas, 25 novembre 2011. Don Mercurio Simonelli, ex lasalliano, celebra insieme a mons. Bregantini
la messa di ringraziamento per i suoi quindici anni di sacerdozio



Va detto a chiare lettere: a quel tempo si continuava a respirare un’aria di maschilismo imperante, come fosse la cosa più naturale del mondo. Infatti, sia il mecenatismo di don Saverio sia l’esperienza associazionistica dell’Azione Cattolica di don Camillo erano indirizzati in modo esclusivo verso i ragazzi di sesso maschile, non essendo ancora suonata per le ragazze l’ora dall’affrancamento dalla condanna sociale del vivere ritirate attorno al camino, “a fare la calzetta”, come si sentivano ripetere dagli adulti. A parte si capisce, la frequentazione delle suore, all’epoca ancora allogate a pianterreno di Palazzo Magno (Casa del Comune), le quali gestivano sì l’Asilo Infantile, ma provvedevano anche a insegnare i rudimenti dell’arte del ricamo alle giovinette. In ogni modo, a fine Anni Cinquanta, il mecenatismo di Don Saverio e l’Azione Cattolica di Don Camillo avevano sostanzialmente esaurito la spinta propulsiva. In uno con la positiva parabola migratoria dei “venezuelani” toresi, che in gran numero rientrarono in quel torno di tempo in Italia portandosi dietro una discreta fortuna. Con il ritorno in patria dei padri, la situazione onomastica non muta e i figli ormai giovani o adulti continueranno a portare il nome o il soprannome delle madri. Con una sola eccezione, che anche questa volta si incarica di confermare la regola generale: Ninuccio Carmela si vedrà riassegnare dal popolo il soprannome paterno e diventare Ninuccio di Titta (diminutivo di Giambattista), com’era giusto che fosse, in quanto figlio di Giovanni di Titta .

Per i soprannomi si trattò di un’ultima fiammata, come si diceva. Prova inconfutabile è che nessuna di queste etichette matronimiche in gran voga negli Anni Cinquanta è passata poi ai figli di coloro che le hanno portato e che sostanzialmente continuano a portarle. Sono mutati i tempi. Come tutti, anche i figli dei ragazzi di don Camillo e del maestro Sanges, che vivano a Toro o altrove, non devono più far ricorso ai soprannomi per essere identificati, ma anche per loro come per tutti, oramai, sono sufficienti il nome e il cognome di famiglia.


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Leggi qui la prima parte di quest'articolo, intitolato Araldica Torese 3/1. I soprannomi storici di casa nostra


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Postato il Mercoledì, 19 ottobre 2016 @ 15:40:00 di giovanni_mascia
 
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