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Araldica torese/ 15. Un misterioso soprannome: Geledèje (Felice)
Nicola Felice, meglio conosciuto come ze Neculjne Geledéje, marito di Elgida Garzone, detta Gina, è stato uno dei personaggi estrosi che hanno animato la vita sociale di Toro nel corso del Novecento. In questo aiutato dalla moglie, anche lei dotata di un carattere simpatico ed esuberante.


Nicola Felice e Elgida Garzone, ritratti anziani, con vestiti carnevaleschi


Non disdegnando il lavoro dei campi, ze Neculjne era un "artiere", nome con cui a Toro si indicava un artigiano. La sua bottega di calzolaio era piuttosto frequentata, essendo lui di carattere affabile ma soprattutto bravo a rattoppare le scarpe con le mezze suole o i coppatacchi. In aggiunta era capace di riaggiustare di tutto: sveglie, orologi, macchinette per passare i pomodori, per tritare la carne ecc. Insomma se si rompeva qualcosa in casa, nessun problema, ci pensava ze Neculjne Geledéje.

Era molto popolare anche tra i ragazzi, che ricorrevano a lui per farsi aggiustare le biciclette. Riusciva a trasformare in biciclette funzionanti, comunque un lusso per quei tempi, anche certi inservibili catorci, in precedenza usati da genitori o parenti più anziani, che li avevano abbandonati nelle soffitte, nei fondaci o nelle stalle.

Altro motivo di richiamo della sua bottega, almeno per i ragazzi che vi si trattenevano con piacere e interesse, era rappresentato dalle fettucce di camere d’aria che legate alle forcelle di olmo si tramutavano in fionde potentissime e altrettanto pericolose. Al giorno d’oggi, - ricorda Nunzio Fanelli - i pneumatici sono tutti colorati di nero, allora accanto ai neri c’erano anche i rossi. E il nostro bravo artigiano sapeva come stuzzicare la vanagloria dei suoi giovani clienti, vantando le migliori qualità degli elastici rossi, per i quali naturalmente si faceva pagare di più.

L’estro artistico di Nicolino Felice si manifestava immancabilmente a carnevale, quando, fino a un’età piuttosto avanzata, amava abbigliarsi in frac, bombetta nera e baffetti finti alla Charlot per andare a rallegrare qualche famiglia di amici o semplicemente andarsene a passeggio per il paese insieme alla giunonica consorte, agghindata a sua volta nei panni di una coloratissima pacchiana (vedi foto).

Indelebile, tra gli altri, il ricordo di tre serate nei primi anni Sessanta del Novecento. In quell’occasione, spalleggiato dall’amico altrettanto fantasioso, Nicolino Pietrantuono, alias Fasciano, dette vita in tre serate successive ad altrettanti scketch mimati e muti, una sorta di comiche finali dal vivo, sul palco dell’Oratorio. Con l’intervento esilarante di Nicolino & Nicolino si concludeva la rappresentazione teatrale che i giovani dell’Azione Cattolica replicarono identica in tre sere consecutive, con la regia del futuro prof. Nicola Simonelli, alias Luciella Fino. Tra gli interpreti c'era Filippo Salvatore, nei panni di un generale, mentre il protagonista era Costantino Garzone. Alla fine della loro rappresentazione, entravano in scena i due “comici” toresi, con pantomime ogni volta diverse. Per esempio, la prima sera, i due, in camicia da notte e papalina, si disputavano una coperta troppo corta che copriva l'uno e scopriva l'altro e viceversa mentre, la sera seguente, Ze Neculine Geledèie provò in tutti i modi di fotografare l'altro, servendosi di una antica macchinetta, di quelle enormi, a scatola con il treppiedi e il mantello nero e finalmente ci riuscì con un flash inaspettato: un getto improvviso e spettacolare di farina che sorprese e investì il malcapitato Fasciano, tra le risate incontenibili degli spettatori.

Bene, ricostruiti così alcuni aspetti della personalità estrosa di Nicola Felice, è arrivato il momento di svelare la derivazione del suo misterioso soprannome Geledéje, che alcuni hanno creduto di mettere in relazione con il suo estro, il suo genio e quindi spiegare come una resa dialettale di locuzioni come “genio di idee” o come “ci ha le idee” e simili. Altri hanno ipotizzato fosse una storpiatura di giudeo. Altri ancora come la traduzione nel dialetto di Riccia o di chissà dove, della locuzione “Ce li do”, o “Non ce li do”, cioè “Ce li dèie” o “Nce li déie”, ecc. Tutte ipotesi per le quali siamo grati agli amici che le hanno proposte, tanto più che avrebbero potuto trovare una loro giustificazione, per quanto non corrispondenti alla realtà, che è molto semplice. Ed è analoga a quella che abbiamo visto operare nel caso del soprannome “Lempejune”, Olimpioni (e non Lampioni), derivanti ai figli e ai nipoti D’Amico dal nome dell’antenata, la vedova Olimpia (Olimpiona) Cutrone.

Anche nel caso di ze Neculjne Geledéje il soprannome di famiglia gli derivava dal nome della nonna vedova e capofamiglia, la quale aveva in casa la figlia, e il figlio di costei, il nostro Nicolino, per l’appunto. In verità, la nonna aveva un nome decisamente raro, per non dirlo prezioso in una contadina, e come tale non poteva non colpire la fantasia dei compaesani che da lei lo passarono ai suoi familiari. Si chiamava Celidea Zinno, Sì, Celidea e per giunta figlia di un padre, anche lui contadino, che si chiamava Eliodoro. E i toresi quel nome strano di Celidea lo storpiarono in Celedéjè o Geledéie, utilizzandolo anche come soprannome della figlia Caterina Colledanchise, e del figlio della figlia, il nostro Nicolino Felice.


Dettaglio dell'atto di nozze tra Pietro Felice e Caterina Colledanchise, (i genitori di Nicola Felice)
Nell'atto è citata Celidea Zinno madre vedova della sposa.



C’è di più. Con lo stesso soprannome era conosciuta anche la prima figlia di Celidea Zinno, Giovannina Colledanchise, la quale, una decina di anni prima della sorella, era andata in sposa a un diciottenne orfano di entrambi i genitori, Giovannangelo Colledanchise, meglio conosciuto come Ze Giuuanne u Vaccare. La loro figlia Mariettèlle, che rilevò il soprannome del padre u Vaccare, assai popolare come fattore dei Magno, era anche lei una Geledèje per parte materna. Era quindi la cugina di ze Neculine Geledèje. E a rafforzare il legame di parentela tra i due si aggiunga la coabitazione con i rispettivi genitori nella storica casa di via Pozzillo.

Mariettèlle Colledanchise, alias Mariettèlle u Vaccare, nipote anche lei di nonna Celidea (Geledèje) Zinno, andrà in sposa a Michele De Rubertis di San Giovanni in Galdo, al quale darà tre figli (Nina, Arcangelo e MIchele De Rubertis, alias u Vaccare ) e quindi, dopo la improvvisa e assai prematura morte di costui, in seconde nozze a Carmine Garzone di Toro, cui darà quattro figli (Costantino, Ascenzo, Donata e Peppino). Carmine Garzone era il fratello di Elgida Garzone, la moglie del cugino e cognato Nicola Felice, alias Geledèje, dal quale siamo partiti in questa ricognizione araldica torese.

***
Un’ultima annotazione, a riprova che ogni mondo è paese in fatto di nomi poco usuali e che identico è il meccanismo di formazione dei soprannomi. A Toro abbiamo avuto Celidea, che i toresi pronunciavano Geledèje, prima nome e poi soprannome. A Campodipietra – informa Fernando Pietrantuono, alias Fasciano – è tuttora vivo il nome quasi simile di una donna chiamata Angeladea, in dialetto Angeladèje, bisnonna di Cosimo Carlone, che è conosciuto con il soprannome di Cosimino Angeladèje.
Postato il Domenica, 21 giugno 2020 @ 19:00:00 di giovanni_mascia
 
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