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Onorati i 100 Anni del Monumento ai 35 caduti in guerra di Toro
Martedì 25 agosto a cento anni esatti dalla inaugurazione del Monumento ai Caduti di Toro, si è celebrato a Toro un riuscitissimo convegno per ricordare il sacrificio dei 35 militari toresi e il bel gesto della cittadinanza locale, che tra le prime, se non la prima in regione, onorava degnamente la memoria dei concittadini in armi con l'erezione della bella stele sul sagrato della chiesa..






Il sindaco di Toro, Roberto Quercio, in qualità di padrone di casa, ha salutato e ringraziato relatori e ospiti, ringraziando altresì i ragazzi del Comitato San Mercurio per la fattiva e fondamentale collaborazione. Il coinvolgimento di tutti i presenti ha permesso di onorare, a cento anni dalla inaugurazione del Monumento di Toro, il sacrificio dei 35 militari toresi e il bel gesto di riconoscenza nei loro confronti da parte della comunità cittadina, che il 25 agosto 1920 inaugurò uno dei primi, se non il primo Monumento ai caduti della regione sul sagrato della Chiesa Madre.



Sarebbe stato il sagrato della Chiesa, al cospetto del Monumento, il luogo ideale dove celebrare la serata - ha detto il sindaco - ma le cautele sanitarie imposte dal Covid 19 hanno fatto optare per Piazza San Mercurio, senz’altro meno suggestiva e significativa, ma di certo più sicura, comoda e spaziosa.




Il senatore Fabrizio Ortis, membro della 4° Commissione permanente (Difesa) del Senato, nel porgere i saluti agli intervenuti si è soffermato su un aspetto tragico e dolorosissimo, che a oltre un secolo di distanza non ha ancora trovato una degna sistemazione. Sono stati forse mille e più i soldati italiani – dei quali si ignora il numero esatto – fucilati e comunque uccisi da altri soldati italiani perché ritenuti colpevoli di codardia, disobbedienza o diserzione. Fra di loro ci sono anche i decimati, ossia i militari che ebbero l'unica colpa di essere estratti a sorte da reparti ritenuti “vigliacchi” e passati per le armi “per dare l’esempio”.



Il senatore Ortis ha assicurato che in commissione va avanti la proposta di legge volta a stabilire che “la Repubblica decide la restituzione dell’onore agli appartenenti alle Forze armate italiane che, nel corso della prima guerra mondiale, vennero fucilati senza le garanzie del giusto processo, con sentenze emesse dai tribunali militari di guerra, ancorché straordinari”.




Quello dei decimati è soltanto uno dei temi di perdurante attualità che contribuiscono a tenere legati i fili della guerra di un secolo fa al mondo d’oggi. Fili di volta in volta ritenuti in mano e riannodati dal moderatore, l’avvocato Giuseppe Rossodivita, che da penalista e uomo politico raffinato non si è lasciato sfuggire gli spunti offerti dai relatori per cavarne riflessioni stimolanti e moniti opportuni per cercare di scansare gli errori a suo tempo commessi o, viceversa, per elogiare e portare ad esempio le intuizioni e le iniziative meritorie.




Il professor Giovanni Cerchia, titolare di Storia contemporanea presso l’Università del Molise, ha delineato alla perfezione la cornice italiana entro cui inquadrare la Prima Guerra Mondiale. Com’è noto, la guerra, fu osteggiata dal padre padrone del parlamento del tempo, il liberale Giovanni Giolitti, e insieme a lui, sia dai cattolici, che non ancora partecipavano attivamente alla vita politica del Regno, sia dai socialisti. Nonostante ciò, una massiccia campagna editoriale e di propaganda, mossa da precisi interessi economici e politici, animata dai movimenti nazionalisti e da gran parte degli intellettuali, riuscì a revocare il volere della maggioranza, portando l’Italia all'avventura bellica. Con le conseguenze che sappiamo. La massa sterminata di contadini analfabeti o semianalfabeti inquadrata nell’esercito regio fu guardata con sospetto dalle gerarchie militari e politiche, non ancora convinte della loro fedeltà (di qui, iniziative altrimenti incomprensibili, come quella della decimazione cui faceva riferimento il senatore Ortis). E a guerra vinta, la vittoria fu gestita quasi si fosse trattata di una sconfitta. Di qui la successiva Caporetto elettorale dei liberali nel 1919, mentre i due partiti di massa, socialisti e popolari (cattolici alla prima esperienza di voto) furono premiati dalle urne ma restarono paralizzati dalla reciproca diffidenza. Incapaci di collaborare per dare le risposte che il paese ai attendeva, socialisti e popolari spianarono la strada che dai disordini del “biennio rosso” portò all’avvento di Mussolini, che in quella tornata elettorale aveva rimediato un fiasco colossale, ottenendo un solo deputato e meditando seriamente di ritirarsi dalla vita politica.



Antonio Salvatore ringrazia il presidente del Comitato San Mercurio Antonio Barone, e con lui, tutti i ragazzi del comitato

Antonio Salvatore ha relazionato sul coinvolgimento attivo del Molise e dei molisani, in armi e civili, nella Prima Guerra Mondiale, fin dalle prime battute del dibattito sulla necessità o meno dell’intervento italiano che vide un interesse crescente da parte della stampa e della élite locale. Mostrando una serie di foto d’epoca, Salvatore ha ricordato – tra l’altro – il bombardamento subito da Termoli, ad opera di un incrociatore austriaco, proprio il primo giorno di guerra sia pure senza pesanti conseguenze, il valore dei soldati molisani al fronte, la trasformazione del Mario Pagano di Campobasso in Ospedale Militare, la detenzione a Campobasso e a Isernia di prigionieri austriaci [al riguardo va registrata la voce popolare, che merita una indagine ad hoc, circa la presenza di prigionieri austriaci anche a Toro, n.d.r.]…



A chiusura dell’intervento, Antonio Salvatore ha rivolto un apprezzamento particolare alla memoria dei nostri antenati che accolsero numerose centinaia di profughi veneti, che avevano dovuto sgomberare dalle zone del fronte dopo la rotta di Caporetto. Anche allora il Molise fu terra di accoglienza: Campobasso, Oratino, San Giovanni in Galdo, Monacilioni, giusto per restare ad alcune comunità delle nostre parti, che si prodigarono con i profughi.




Giovanni Mascia ha risposto al quesito posto a titolo del suo intervento, Cento anni fa a Toro, il primo monumento del Molise? Supportato anche lui da molte foto d’epoca, Mascia è partito dalle condizioni del paese e della sua popolazione: quasi tremila abitanti ammassati nel solo centro urbano solcato da strade dissestate e da una carrozzabile sterrata. Povertà segnata da un’agricoltura insufficiente e già con quarant’anni di emigrazione alle spalle. Ma ad onta di tutto questo e dell’analfabetismo e della scarsa scolarizzazione che affliggeva la quasi totalità dei toresi, il paese poteva contare su una tradizione di prestigio. Toro – l’Atene del Valfortore, come veniva chiamata nell’Ottocento per la bontà dei suoi insegnanti privati, che avevano supplito alla latitanza del regno borbonico in materia di pubblica istruzione–poteva fare ancora leva sulla cultura media superiore dei suoi galantuomini. Di qui il pensiero di riconoscenza che a guerra immediatamente conclusa suggeriva al dr. Nicola Petrucci di dedicare un Monumento alla memoria dei caduti toresi della Guerra Mondiale, poveri contadini e uomini di truppa, e che nel giro di un anno e mezzo, il 25 agosto 1920, portava alla inaugurazione di uno dei primi se non il primo monumento ai caduti del Molise: una stele posta sul sagrato della Chiesa Madre, così come ricordato e dettagliato nell’articolo pubblicato su Toroweb in occasione del centenario dell'entrata in guerra dell'Italia (Clicca e leggi: Centenario Grande Guerra 1915-2015. Gli eroi toresi morti in guerra).


Il Monumento di Toro è il più antico del circondario e del circondario di Campobasso

A conclusione del suo intervento, Giovanni Mascia, segnalava all’uditorio attentissimo e alle autorità, in primis il sindaco Roberto Quercio, il caso del Milite dimenticato. Ossia la vicenda del finanziere Donatangelo Simonelli, classe 1897, morto ventenne nel 1917, il cui nominativo, nonostante sia regolarmente registrato nel novero dei caduti di guerra del Ministero della Difesa, non è stato mai inserito insieme a quelli degli altri 34 sfortunati militari toresi ricordati nelle quattro lapidi marmoree poste alla base alla stele di Toro. L’invito a rimediare a tale inspiegabile omissione, è sembrato essere il modo migliore per onorare la memoria del finanziere Simonelli e, con essa, quella degli altri caduti nel centenario del Monumento di Toro.






Servizio di Telemolise che ha annunciato il convegno di Toro, con intervista a Giovanni Mascia
(si perdoni il lapsus 25 aprile, laddove va inteso 25 agosto 1920)


Nota: Foto di Sandro Nazzario
Postato il Lunedì, 31 agosto 2020 @ 00:00:00 di giovanni_mascia
 
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