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1942. La storia dolorosa della cartolina di un antifascista a Toro
Indizi di una storia personale toccante sono contenuti in una cartolina con veduta di Piazza del Piano a Toro, in vendita in queste ore su Ebay. La vicenda è ricompresa in un contesto assai poco noto ma drammatico, per non dirlo tragico, quale quello degli antifascisti confinati nel nostro paese.




Ebay in queste ore propone in vendita on line al prezzo niente affatto modico di 55 Euro (47,99 + 6, 99 per spese di spedizione) una cartolina di Toro, con la didascalia: “Piazza animata con auto d’epoca e farmacia aperta – Molto rara”.

Come si dice in questi casi, la cartolina è viaggiata, essendo stata spedita nell’aprile 1942, ma non è inedita. Ne abbiamo presentato una copia proveniente dall’Archivio delle sorelle Marilena e Cinzia Rossodivita nell’articolo Quando le galline passeggiavano in Piazza del Piano (ToroWeb, 6 novembre 2009 - clicca per leggerlo). In quella occasione abbiano specificato che la cartolina era stata stampata presso lo Stabilimento Pezzini Milano, 1940 (XIX) e che anche se era stata ribattezzata Piazza 28 Ottobre, quella di 80 anni fa è la piazza del Piano che conosciamo oggi. Con delle piccole differenze (a parte le galline che “animano” la piazza, la Farmacia, la macchina antica e le donne con le gonne lunghe): il marciapiede era molto più largo e Via Sotto il Barbacane era una scalinata, di cui s'intravvede il primo scalino.

Bene perché ne torniamo a parlare a proposito della copia posta in vendita su Ebay? Per l’interesse suscitato dal messaggio riportato sul retro. Datata Toro 1 aprile 1942 (il timbro postale residuo, parte del quale è andato perduto con il francobollo asportato, la conferma spedita il 2 aprile), la cartolina è indirizzata alla “Gentile signora Lina Brandoli, via Crocetta 43, Modena”. È firmata da un Bruno, verosimilmente il marito, il quale dopo aver assicurato di stare bene, sperando altrettanto della “Carissima Lina”, e prima di augurarle una Pasqua lieta e felice, le chiede un parere sulla proposta di un non meglio precisato Ezio di battezzare con il suo nome il bambino che sta per nascere.




Chi sono questi signori e soprattutto chi è e che ci fa a Toro un modenese di nome Bruno, lontano dalla moglie incinta, alla vigilia della Pasqua che nell’anno di guerra 1942 cadde il 5 aprile?

Un indizio è da ricercare in un articolo pubblicato sempre su ToroWeb il 13 marzo 2018, intitolato Il confinato antifascista milanese e la pecora torese (clicca per leggerlo). Vi è narrato un equivoco divertente in cui cadde l'uomo, di cui non ci è rimasto il nome e nemmeno la professione, ma solo la città d’origine: Milano. Costui, a mal partito con le inflessioni del dialetto locale, si sentì deriso e umiliato da una popolana che, a suo dire, lo scherniva al motto di Tè Milan, tè Milan!! E invece, gli fu spiegato, quella donna, richiamava semplicemente la sua pecorella, detta Melella, come di norma in paese, con un pugno di cereali in mano: Tè Melé! Tè Melé!: Tieni Melella!

L'articolo si sofferma su quello che non tutti sanno, cioè che a Toro, e in altre località molisane, furono inviati al confino dal regime fascista un discreto numero di oppositori politici ed ebrei, per quanto definire qualcuno di loro oppositore è dare dignità politica a dei poveri cristi, rei solo di aver sfogato il loro malumore in tempi in cui i ruffiani erano padroni di città e paesi, sempre pronti a denunciare chicchessia pur di guadagnarsi la benevolenza dei gerarchi in camicia nera.

Ebbene tra i non pochi confinati a Toro, che siamo riusciti a censire nell’articolo di due anni fa, al quale opportunamente rimandiamo, è ricordato anche un Bruno, in coppia con un Giorgio, secondo la testimonianza orale raccolta e pubblicata a suo tempo:
    “E ce n'erano altri ancora, tra cui un professore, o ritenuto tale, che si adattava a svolgere le funzioni più umili di garzone a servizio di Salvatore Ricella, alias Natale, allora commerciante e carrettiere (trainante, in torese). Si chiamava Giorgio, mentre un altro confinante sempre a servizio da Salvatore Natale si chiamava Bruno. Giorgio e Bruno, quindi, ma Giorgio è meglio ricordato per un altro intercalare passato a proverbio. Quando il padrone lo spronava a lavorare con maggiore impegno, pare che rispondesse, tra il serio e lo scherzo: "E dai e dai. E Giorgio muore...". O per dirla alla torese, pronunciando Giorgia, ma ben sapendo che sempre di un maschio si tratta: "E dalle e dalle e Giorgia more!".
Alla stessa informatrice, oggi novantasettenne, naturalmente ignara della cartolina, siamo tornati a chiedere qualche notizia in più sul conto di Bruno di cui due anni fa, come abbiano visto, avevamo appreso davvero bene poco. E la nostra novantasettenne non ci ha deluso, ricordando che Bruno, di cui non era noto il perché della condanna al confino, era il più bello e il più fine di tutti i confinati, alcuni dei quali dai modi molto signorili. Lo ricorda sempre vestito più che decorosamente, anche quando era al lavoro a caricare legna, fieno, grano, frutta e tutto quello che c’era da caricare sul carretto di Salvatore Natale. Un lavoro umile che svolgeva di buon grado, nonostante la fama di bravo salumaio che aveva spinto l'avv. Domenico Trotta, signorotto del luogo e Preside della Provincia di Campobasso, ad avvalersi della sua opera, rinunciando per una volta al macellaio di fiducia, Saverio Iennariello, per ammazzare i maiali e confezionare dei prosciutti che fecero epoca.

Nessuna meraviglia perciò se, ben pettinato e pulito com'era, molte toresi spasimavano per lui. La nostra informatrice, all’epoca non ancora ventenne, rimase particolarmente colpita quella volta che Bruno si presentò nel negozio di alimentari del fratello con una richiesta sorprendente per i tempi e il luogo: “uno scopettino per i denti”. Non fu accontentato, perché come precisò il negoziante, in un paese agricolo, come Toro, nessuno ne faceva uso e quindi non era in vendita.

Insomma Bruno era un bell’uomo, di cui a distanza di ottant’anni è rimasto un ricordo indelebile in chi ebbe modo di conoscerlo. A quel ricordo oggi viene purtroppo ad associarsi una circostanza amara, che rende ancora più amara la vicenda di forzata separazione dalla famiglia, evocata dalla cartolina. Alla domanda se a Toro lo si sapesse scapolo o sposato, la nostra anziana ma lucidissima informatrice non ha avuto dubbi. Era sposato. E come fa a esserne sicura? Era sposato, perché lo ricorda addolorato e in lacrime, sempre nel negozio del fratello, alla notizia che la moglie lontana aveva partorito il loro primo figlio, anzi la loro prima figlia, ma la bimba era morta – non si sa se alla nascita o qualche tempo dopo.

E ci fermiamo qui. Si potrebbe contattare l’ufficio di anagrafe del Comune di Modena per avere conferma della bimba nata e morta nella primavera del 1942 e del cognome dell’antifascista e sfortunato papà Bruno, di professione salumaio, marito di Lina Brandoli, abitanti in via Crocetta 43. E forse lo contatteremo, ma tutto sommato è un di più. Per il momento ci pare sufficiente segnalare le tracce delle atrocità di un regime disumano lasciate anche in una cartolina come tante in vendita su Ebay e nei ricordi di una aspirante centenaria di Toro.

______________

Per saperne di più sugli antifascisti condannati al confino a Toro:
Clicca e leggi l'articolo di ToroWeb il 13 marzo 2018, intitolato Il confinato antifascista milanese e la pecora torese.
Postato il Sabato, 19 dicembre 2020 @ 11:59:30 di giovanni_mascia
 
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