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San Mercurio a Campobasso
Dimenticato dai fedeli campobassani San Mercurio, il santo guerriero, patrono dei Longobardi, le cui sacre spoglie si conservavano a Benevento, presso l'Abbazia di Santa Sofia.
In colpevole abbandono la chiesa a lui dedicata, la più antica del capoluogo molisano, che come Toro fu dominio della badia beneventana.
In declino il culto di tutti i santi campobassani delle origini.




San Mercurio atterra Giuliano l'Apostata, tele secentesca, Toro Chiesa Parrocchiale



Gli storiografi fissano le origini della città in epoca longobarda, quando il nome Campobasso compare per la prima volta in un documento della badia benedettina di Santa Sofia a Benevento.
Sottoscritta a Trivento nel maggio dell’878 da Adelchi, principe di Benevento, la concessione stabiliva che i sudditi del territorio campobassano non fossero gravati da ulteriori tassazioni in quanto tributari esclusivi della badia beneventana (Codice Vaticano Latino 4939, altrimenti conosciuto come Chronicon Sanctae Sophiae).

Nessuna meraviglia, quindi, se del borgo longobardo arroccato attorno ai Monti, restano gli edifici sacri, o in qualche caso solo il ricordo delle chiese allora erette e intitolate ai santi, perlopiù guerrieri, patroni di quel popolo guerriero, che aveva la sua capitale a Benevento.


Campobasso, antica stampa della scomparsa Chiesa di San Michele



Posta immediatamente alla base del castello, la chiesa di San Michele Arcangelo, patrono di Campobasso insieme a San Giorgio, prima di essere definitivamente abbattuta, subì l’onta della sconsacrazione. Fu trasformata in una cantina, gestita da un personaggio tipico degli svaghi cittadini del primo Novecento, che le diede il nome irriverente: Fiammifero.


Campobasso, Chiesa di San Mercurio, X-XI secolo



Non migliore la sorte della chiesa dedicata a San Mercurio martire, soldato romano originario della Cappadocia, convertito al cristianesimo e giustiziato sotto l’imperatore Decio, intorno alla metà del III secolo. Antico patrono di Benevento e della nazione longobarda e tuttora patrono amato della vicina Toro, San Mercurio è ricordato dalla chiesa il 25 novembre e nell’arcidiocesi beneventana il 26 agosto, in ricordo della traslazione dei suoi resti da Quintodecimo a Benevento, basilica di Santa Sofia, avvenuta il 26 agosto del 768 ad opera del duca Arechi II.


Strada San Mercurio, Campobasso - Centro storico



A Campobasso, del culto tributato al titolare di una delle sue più antiche chiese parrocchiali non resta nessuna traccia e il nome Mercurio è scomparso da secoli dall’anagrafe cittadina. Eppure, il cuore della Campobasso popolare, tipica, antica, fedele, per dirla con Francesco D’Ovidio, può essere identificato ancora nel borgo San Mercurio, stretto attorno alla strada omonima e ai resti della piccola chiesa, che nel corso dei primi decenni dell’Ottocento è stata sconsacrata e ridotta a magazzino dei legni del Corpus Domini, successivamente abbandonata a se stessa, crollata e destinata persino a discarica: una chiesa rimasta fin qui senza nessuna funzione né dignità strutturale, a parte il recente apprezzabile intervento di un gruppo scout per riattarla, con l’approvazione del parroco di Sant’Antonio Abate don Ugo Iannandrea e la “benedizione” dell'arcivescovo di Campobasso mons. Gian Carlo Maria Bregantini.


Campobasso, Chiesa San Mercurio, particolari dell'arco, della monofora
e del'agnello crucifero della facciata



Il piccolo tempio, che chiude come un fondale la stradina di accesso, conserva il portale, murato fino a poco tempo fa e oggi dotato di porta in alluminio e vetro, ridotto agli elementi essenziali: gli stipiti, l’architrave dritto, l’arco di scarico che delimita una lunetta vuota. La facciata quadra, tutta in nuda pietra, è caratterizzata altresì dalla monofora circolare ricavata in un blocco monolitico su cui è scolpito l’agnello crocifero. Alla sommità della facciata è stato di recente sovrapposto un rialzo in cemento per sostenere il tetto in lamiera a una falda con displuvio laterale. Altrettanto spoglio l’interno che riceve luce dall’apertura della facciata e da due feritoie poste sulla parete orientale dell’edificio.


Campobasso, Chiesa San Mercurio, lato meridionale



Per avere una visione di insieme della piccola chiesa, se non si vuole approfittare di un angusto e pericoloso pertugio laterale, bisogna tornare sui propri passi lungo Strada San Mercurio, attraversare Porta Sant’Antonio Abate e percorrere l’adiacente Vico Carnaio, da dove è possibile visionare gli altri lati della chiesa. In particolare il lato meridionale, anch’esso in pietra squadrata, presenta due feritoie e un portale analogo al principale, ma più piccolo. Non ci sono tracce di quegli archi o archetti che i visitatori di qualche decennio fa, per esempio il compianto P. Eduardo Di Iorio, testimoniano di aver visto. In compenso ci sono cavi elettrici di ogni specie e non mancano antenne paraboliche.


Campobasso, Chiesa San Mercurio, lato occidentale



Sul muro occidentale, poi, opposto alla facciata, sono impressi i segni dell’azione impietosa del tempo e dell’incuria umana: solo grazie al largo uso del cemento è stato possibile rimettere in piedi la struttura crollata. L’opus quadratum della costruzione originale è ancora sufficientemente presente ai lati, mentre la parte centrale della parete è stata in gran parte riedificata in cemento e opus incertum, il tutto – come per la facciata – completato con il rialzo per il tetto. Sia pure in presenza di un inarrestabile declino devozionale, resta inaccettabile che i cittadini e le istituzioni campobassane non abbiano fatto nessuno sforzo per evitare alla chiesa di San Mercurio, a uno dei più antichi se non il più antico monumento locale, il destino di secolare abbandono, suggellato oggi dalla porta in alluminio e vetro, dalla terribile invadenza del cemento e dall’orribile rialzo alla sommità della facciata per sostenere lo sbilenco tetto in lamiera.


Campobasso, Chiesa San Bartolomeo, XIII secolo



In discreto stato di conservazione, sebbene prive di ogni finalità pratica e liturgica, è la chiesa dedicata a San Bartolomeo apostolo, il cui corpo santo, traslato dall’isola di Lipari a Benevento nell’838 per opera del principe longobardo Sicardo, si conserva nella città sannita, dove è venerato come patrono della città e di quella insigne arcidiocesi. Insieme alla chiesa di San Giorgio martire, è rimasta come testimonianza di una fede e un tempo lontani e come esempio di un’arte e un gusto architettonico di primo ordine.


Chiese vuote e poco altro ci rimane di un’epoca contraddistinta da una religiosità di Stato imperniata sulle figure carismatiche dei santi militari. San Giorgio continua a essere venerato come Patrono cittadino sì, ma è un culto superstite, il suo, da tempo ormai senza slancio. I nomi di Giorgio, in modo particolare di Giorgia, che si sentono risuonare tra le nuove generazioni sono espressioni di una recente moda nazionale piuttosto che dell’antica devozione cittadina. La festività religiosa che cade il 23 aprile a volte non è stata nemmeno accompagnata da manifestazioni civili.


Campobasso, Chiesa San Giorgio, XI secolo



Eloquente la denunzia poetica di Nina Guerrizio, datata 5 maggio 1951, che rimprovera ai concittadini di ricordarsi del Santo guerriero solo in tempo di guerra e di non onorarne la ricorrenza con la banda e il serra-serra, la frenesia tipica delle feste popolari: San Giorge, tu scì sante guerriere […] / De te z’arrecurdatte Campuuasce / che devuzione sule ntiempe ‘e guerre! / Suonane mo campane – a la cuntrore – / ma… ne vvide bandiste e serra-serre («San Giorge», in Tutte le poesie, Lampo, Campobasso 1987, p. 53).

Restano significative in tal senso le peripezie della bella statua equestre di San Giorgio, commissionata qualche decennio addietro da devoti intenzionati a installarla in una piazza cittadina. Scartando di volta in volta i siti proposti, nessuna delle amministrazioni comunali che si sono avvicendate nel tempo ha ritenuto di dover autorizzare la posa del monumento. E solo dopo svariati anni di attesa e di sistemazioni provvisorie, la statua ha trovato collocazione definitiva nell’atrio del palazzo comunale, sia pure in controluce, rispetto ai visitatori. È ancora più significativo che un patronato plurisecolare come quello di San Giorgio e una figura epica come la sua non abbiano lasciato nei cuori dei fedeli nient’altro che una leggenda neppure troppo originale.

La leggenda, che ha ispirato un dipinto e una lapide incisa nel 1920 “a perenne ricordo”, un tempo conservati in uno stanzino attiguo alla sacrestia della Cattedrale, racconta che durante le guerre civili del medioevo gli abitanti di Campobasso, non riuscendo a resistere agli attacchi dei paesi vicini che volevano distruggere la città, invocarono San Giorgio e all’improvviso le campane iniziarono a suonare da sole, apparve un grande esercito guidato da un giovane, San Giorgio, che mise in fuga i nemici e liberò la città.


Cattedrale di Campobasso, Lapide dedicata a San Giorgio 1920



Stupisce che la devozione ai Santi Michele, Giorgio e Mercurio, i primi due insigniti del patronato cittadino, non abbia lasciato vestigia imponenti nel culto tradizionale campobassano. Tanto più dopo che la fama dei cavalieri celesti venerati dai Longobardi è venuta a espandersi con i Normanni, conti di Molise, grazie al clima epico e mistico e miracoloso allo stesso tempo rievocato dalle cronache della prima Crociata, che li vide protagonisti, tra piogge di stelle che cadono alla partenza dai porti pugliesi, stigmate a forma di croce che compaiono sui caduti in combattimento, aurore boreali, eclissi di luna, comete e terremoti che preannunziano le vittorie delle bianche milizie, guidate alla conquista di Gerusalemme proprio dalla triade dei Santi Militari, Demetrio, Giorgio e Mercurio (Gesta francorum et aliorum Hierosoliminitanorum, ossia Gesta dei Normanni e degli altri Crociati):
"Exibant quoque de montaneis innumerabiles exercitus, habentes equos albos, quorum vexilla omnia erant alba. Videntes itaque nostri hunc exercitum, ignorabant penitus quid hoc esset et qui essent, donec cognoverunt esse adjutorium Christi, cuius doctores fuerunt sancti Demetrius, Georgius, et Mercurius".

Giovanni Mascia
(Articolo estratto da «Il Bene Comune», marzo 2009)

Nota:
- G. Mascia: foto di tela, strada e chiesa San Mercurio
- sito www.centrostoricocb.it: foto di lapide San Giorgio e chiese Santi Michele, Bartolomeo e Giorgio
Postato il Venerdì, 10 aprile 2009 @ 14:38:54 di giovanni_mascia
 
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Scoperto un affresco di San Mercurio a Larino (Voto: 1)
di Giovanni il Domenica, 12 aprile 2009 @ 23:12:41
(Info Utente )
Nelle stesse ore in cui pubblicavo questo articolo, ho ricevuto una mail da Franco Valente, con la segnalazione di un vero e proprio scoop, che allarga la mappa del culto mercuriano in Molise:
"Carissimo Giovanni, - scrive il noto studioso - spero ti faccia piacere sapere che "penso" di aver scoperto un S. Mercurio a Larino. Vedi sul mio sito.
S. Mercurio uccide Giuliano l’Apostata in un affresco di Larino e in un quadro di Toro [www.francovalente.it]
Non mi sembra che altri ne abbia mai parlato.
Se hai notizie diverse fammelo sapere. Non vorrei urtare qualche sucettibilità.
Affettuosi auguri.
Franco"



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