Lettera dell'Imperatore della Cina al Papa
Data: Thursday, 11 July 2013 @ 13:45:00
Argomento: Poesie e racconti


Venti anni fa, nel 1993, questo racconto fu premiato con la menzione di merito in un concorso letterario nazionale e con la relativa pubblicazione antologica. Lo ripubblichiamo, non senza segnalare che sono diverse le incongruenze della lettera, così come la si legge nel repertorio notarile sei-settecentesco in cui fu trascritta e quindi rinvenuta.



Kang Xi Imperatore (1654-1722)
Regnò ininterrottamente sui cinesi per ben 61 anni, dal 1661 alla morte



La lettera
Copia della lettera dell'Imperatore della Cina al Papa, interpretata dal Padre Segretario delle Indie della Compagnia di Gesù.

«A voi benedetto sopra i benedetti, Padre et Imperatore grande de' Pontefici e Pastori Cristiani, dispensatore dell'oglio dei Re d'Europa, Clemente XI.
Il favorito di Dio nella giornata settima, Potentissimo sopra tutti i potentissimi della Terra, Altissimo sopra tutti gli altissimi sotto il Sole e la Luna, che siede nella sede di smeraldo della Cina sopra cento scalini d'oro ad interpretare la lingua di Dio a tutti i discendenti fedeli di Abramo, e che dà la vita e la morte a cento e quindici Regni, et a cento settanta isole, scrive con la penna bianca dello struzzo vergine e manda salute et accrescimento di vecchiezza.
Essendo arrivato il tempo in cui il fiore della nostra gioventù deve maturare i frutti per la nostra vecchiezza, e confortare con quelli il desiderio de' Popoli nostri devoti, e propagare il seme di quella pianta che deve proteggerli, abbiamo stabilito d'accompagnarci con un'eccelsa amorosa vergine, allattata alla mammella della Leonessa forte, e dell'Agnella mansueta. Perciò, essendoci stato figurato sempre il Vostro Popolo Europeo per Padre di Donne invitte e caste, allunghiamo la nostra mano potente per chiedere una Vostra nipote, o pure una nipote di qualche altro Sacerdote Latino, che sia guardata dall'occhio dritto di Dio; sarà seminata in lei l'autorità di Sara, la fecondità di Rachele, la fedeltà di Ester e la sapienza di Saba. La vogliamo con l'occhio della colomba che guarda il cielo e la terra e con la bocca della conchiglia che si pasce con la rugiada del mattino. La sua età non passi li duecento corsi della luna; la sua statura sia quanto la spiga ritta del grano verde, la sua grossezza quanto un manipolo di grano secco. Noi la manderemo a vestire per li nostri mandarini, i quali la condurranno a noi, e noi la incontreremo alla Riva del Fiume Grande, facendola salire sul nostro cocchio. Ella potrà appresso di noi adorare il suo Dio, assieme con ventiquattro Ancelle a sua elezione e potrà cantare con loro, come canta la tortora a primavera.
Soddisfacendo voi, Padre et Amico nostro, a questa nostra brama, sarà cagione di unire in perpetua amistà cotesti vostri Regni d'Europa al nostro dominante impero, e s'abbracceranno le nostre leggi come l'edera abbraccia la pianta.
Noi medesimi spargeremo del nostro Real seme in coteste Provincie, riscaldando i letti de' vostri Principi con il fuoco amoroso delle nostre Amazzoni, d'alcune delle quali i nostri sopraddette mandarini Ambasciatori vi porteranno le somiglianze dipinte.
Vi confortiamo a tenere in pace le due buone religiose famiglie de' Missionari vostri figliuoli d'Ignatio, e de' bianchi e neri figlioli di Domenico, il consiglio degli uni e degli altri ci serve di scorta al nostro Reggimento e di lume ad interpretare la Divina Legge, come appunto fa lume l'oglio che si getta nel mare. Intanto, alzandoci dal nostro Trono per abbracciarvi, vi dichiariamo nostro congiunto e confederato, ed ordiniamo che sia segnato questo foglio con il nostro segno imperiale.
Dalla nostra Città Capo del Mondo, il quinto giorno della terza lunatione, l'anno quarto del nostro impero».



Clemente XI, (Giovanni Francesco Albani 1649 – 1721),
Sul soglio pontificio dal 1700 alla morte



La chiosa
«Il sigillo è un sole, nella cui faccia è anche quella della luna, con intorno tra i raggi frapposte delle spade.
Tutta Roma ride di questa lettera, e queste Principesse si danno la burla per chi di loro deve andare alla Cina.
Dice il Gesuita interprete, che nello stile cinese la lettera è bellissima e che una somigliante richiesta fece il Re nonno di questo Re giovinetto a Lodovico XIII Re di Francia: e si richiese di trattar di mandarvi una Principessa del sangue Francese, et una canterina veneziana, ma ver'una di quelle Principesse volle andarvi essendo il cinese d'allora vecchio e mal sano.
Il trattamento che si fa al Papa è eccellente, perché con la penna dello struzzo vergine non scrive quella corona se non le preghiere a Dio e scrivendo a detto Lodovico Re di Francia, scrisse con la penna di pavone.
Si vuole da quella Corte dar mano alla venuta degli Ambasciatori, e quando la sposa debba veramente vivere Cattolica, non mancheranno Principesse che faranno quel viaggio.
La presente lettera è venuta da Roma nell'anno 1717».






Il sogno
Mezzo secolo fa, le salutava con il sorriso della scoperta. Con il passare degli anni, quel sorriso finì per dileguare nel ghigno stanco del penare senza risultati. Infine, la resa. Ora è già un decennio che il vecchio guarda alla lettera e alla chiosa, trascritte sul libro dei protocolli del notaio Fabale di Campodipietra, trasferito a Toro, non come a documenti storici da circostanziare, ma come a relitti del sogno di un uomo del Seicento, capitato con gorgiera e guardo accigliato nel secolo dei lumi. Il sogno antico lievita da dieci anni nel sogno dello storiografo di un'oscura comunità del Meridione, nel sogno di chi a ottant'anni si ostina a pigiare sui tasti sonori di una decrepita Remington.
Da sogno, altro sogno: nessuna gli darà la burla. Chiuderà gli occhi alla grande luce che verrà dal certame letterario di occidente. Allora, la principessa del destino gli conferirà la menzione di onore, se non proprio la palma della vittoria.







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