Un Otello torese (Toro che non c'è più)
Data: Saturday, 19 November 2011 @ 11:15:30
Argomento: Poesie e racconti


Nel mondo incantato che si potrebbe pensare sia stato il nostro paese nei secoli che furono non erano rari gli omicidi. Purtroppo. A scatenare la mano assassina i motivi più disparati: eredità contese e interessi economici in genere, rancori personali, scatti d'ira. Ma anche motivi passionali, rinfocolati dalla gelosia. Come nel caso che presentiamo, che mise a subbuglio il paese, circa un secolo fa, di questi giorni.




Fine Anni CInquanta del Novecento. Processione di San Rocco in Via dell'Ospedale.


Teatro della tragedia Toro. Precisamente là dove via Orientale lascia il passo a Via dell’Ospedale, ovvero alla via sottostante l’Ospitale, la casa che il Comune (allora si chiamava Università), metteva a disposizione degli “ospiti”, i viandanti, i pellegrini poveri che capitavano o transitavano per i paese. Crollato a seguito del terremoto del 1805, l’antico Ospedale torese, che era intitolato a San Mercurio, non è stato più ricostruito. A perenne ricordo resta la via su cui sporgeva l’edificio e la salita che portava al suo ingresso.

All’imbocco di via dell’Ospedale, dunque, c’erano e ci sono ancora oggi tre case, allineate a tutte le altre. La prima, sulla sinistra, con un portale di pietra e un comodo lisciato davanti. Le altre due, quasi di fronte alla prima, sull’altro lato della strada: una con l’uscio che si apriva al primo piano e dava sul passetto ricavato alla sommità di una rustica scalinata di pietra, l’altra con la porta di accesso posizionata proprio sotto l’arco di sostegno della scala, secondo un modulo abitativo assai comune in passato.

Epoca della tragedia: la stagione autunnale di un anno imprecisato a ridosso della Prima Guerra Mondiale, quando già da una trentina d’anni la grande ondata migratoria transoceanica aveva insegnato ai toresi, emigranti e stanziali, che il mondo non iniziava o finiva sotto il campanile di Piazza del Piano. Che si viveva benissimo altrove, con la luce elettrica che non li costringeva ad andare a dormire all’imbrunire, insieme con le galline. Che c’erano buone alternative al sempiterno ciclo dei lavori dei campi, potendosi tranquillamente ignorare il calendario secolare che in quei giorni riproponeva il rituale delle olive da portare a macinare nel trappeto grande dei Trotta o in qualcuno più piccolo che di tanto in tanto veniva istallato nei fondaci e nei bottai dei contadini.

Protagonista assoluto della tragedia, il proprietario della casa con il portale di pietra e il comodo lisciato, un uomo di mezza età, di condizione civile agiata, che per l’appunto allora si esprimeva burocraticamente con la qualifica di “proprietario”, per ben distinguerla da quella degli artigiani, gli artieri, e quindi dai contadini e dai braccianti. Comprimari del dramma, la moglie del proprietario, non giovanissima neppure lei, e i due contadini che abitavano nelle due case di fronte, l’una sopra e l’altra sotto la scalinata di pietra.

Causa scatenante della tragedia, la gelosia che ossessionava il proprietario e un po’ tutti gli uomini del suo casato, i quali in un modo o in un altro costringevano le rispettive mogli a vivere relegate dentro casa in un clima di perenne sospetto. Meno a ragione che a torto, il nostro proprietario, che per non urtare la suscettibilità di nessuno chiameremo Mercurio, si era convinto che la moglie non fosse insensibile al fascino del contadino che abitava nella casa di fronte, alla sommità della scala, e che noi, sempre per non far torto a nessuno, chiameremo Andrea. E, a dire il vero, c’era di che preoccuparsi. Non perché Andrea si comportasse male. Tutt’altro. Ma solo perché, agli occhi del proprietario, appariva temibile per la struttura robusta e prestante, tipica del contadino di media età e di buona salute, dal colorito rubicondo e dalla parlantina sicura, che andava d’estate a mietere in Puglia, girava le fiere e sapeva il fatto suo. Dell’altro contadino, invece, era difficile ingelosirsi, primo perché più anziano, poi perché dal temperamento più pacato e taciturno. Che fossero tutti e tre, il proprietario, e i due contadini, padri di famiglia con mogli e stuolo di figli al seguito contava e non contava.

Fatto sta che i contadini avevano sempre da fare, in ogni stagione: al mattino c’era da caricare la vettura e salutare i vicini e gli altri contadini che si avviavano al lavoro, a sera viceversa c’era da scaricare l’asino, dargli da bere, premiarlo con il pugno di biada, chiamare a sé i figli, sgridargli, scherzare con i paesani in attesa della cena. I gesti e l’ eloquio di Andrea arrivavano come pugnalate al cuore di Mercurio, che in ogni movimento e nelle più riposte inflessioni nella voce del vicino credeva di scorgere allusioni dirette alla moglie. Dalla sedia posta tra lo spigolo del camino e la tavola apparecchiata, sentiva chiare, sonore, le battute scherzose di Andrea, proprio come se il rivale fosse seduto a tavola a chiacchierare con lui, in attesa di vedersi servire la cena dalla donna, che intanto se ne stava china a ravvivare la brace sotto il tegame e la pignatta, in atteggiamento che lui, Mercurio, giudicava sconcio e provocatorio. E più serrava porta, balcone, finestre, più l’irruenza del contadino, che prendeva platealmente a schiaffi i posteriori della vettura recalcitrante, s’infilava tra le fessure e gli interstizi e sembrava materializzarsi in casa sua, e accomodarsi lì, sfacciatamente, alla sua tavola.

E nel suo letto. Se Mercurio passava le nottate in agitazione perpetua, viveva il risveglio come un incubo addirittura. Nel silenzio tombale dell’alba, le raccomandazioni ovattate di Andrea alla famiglia gli arrivavano alle orecchie con il fragore del tuono di un temporale estivo. Era impossibile che la moglie non ne sentisse lo sconquasso sonoro. Di sicuro faceva finta di dormire, mentre in cuor suo li raccoglieva e ne decifrava i messaggi nascosti tra le banalità apparenti. E in questa pretesa finzione della moglie, l’ossessione dell’uomo trovava esca per continuare ad ardere sempre più. Ad ardere per giorni e notti senza fine. Per settimane, per mesi e mesi di inferno. Senza, si badi bene, che la donna avesse dato il minimo appiglio alla gelosia del marito, ma anche, purtroppo, senza che Andrea avesse mai smesso i panni del vicino simpatico e pieno di sé.

I parenti cominciavano ad accorgersi che qualcosa non andava in Mercurio: la faccia livida, gli occhi rigati di rosso, l’umore instabile e pronto agli scatti d’ira erano segnali precisi. – Guagliò, tu stai malato. Fatti vedere! – gli consigliò uno dei tanti fratelli. Ma egli scrollò le spalle, bofonchiando tra sé e sé: – Che medico e medico! Ce l’ho a casa, la medicina...

Da quel giorno cominciò ad alludere, e sempre più di frequente, alla medicina che aveva a casa. Finché una notte non ne potette più. Gli sembrava che un martello continuasse a battere sull’incudine del suo cervello. Era mezzanotte, e la voce di Andrea prese a risuonare e a martellare proprio lì sotto le coperte. Com’è possibile?, si chiese Mercurio. Sto perdendo la testa. A quest’ora dormono tutti. E io lo sento, come fosse mattutino. Sì, è lui. Si sta raccomandando alla moglie, come al solito: – Mi porto solo il secchio! Ho scoperchiato già la pila.

Accese il lume. Era mezzanotte davvero. La moglie gli chiese cosa fosse. Non rispose. Spense il lume e la lasciò seduta a letto. Andò al portone, lo aprì quanto bastasse per guardare fuori e intravvedere, nel buio della notte, l’ombra del vicino armeggiare ai piedi della scalinata. Brancolando, tornò in camera da letto e a tentoni aprì uno stipo.

Dopo giorni e notti di attesa, finalmente toccava a lui, ad Andrea imboccare le olive. Ricevuta la chiamata, si era avviato al trappeto dei Trotta, quando, improvviso, sentì uno sparo squarciare l'oscurità. E un urlo. Corse indietro. Steso a terra ai piedi della scalinata, distinse il corpo di un uomo. Ormai senza vita, riconobbe il corpo del contadino taciturno, suo vicino di casa, che pochi minuti prima era salito a picchiare alla sua porta. per dirgli che toccava a lui. Andrea prese la sua testa tra le mani, lo scosse. – Che è stato? Che è stato? Una macchia bianca, la moglie di Mercurio in camicia da notte, era apparsa sulla soglia. Si sentivano aprire finestre, porte. Arrivava gente, e ancora gente. Voci terrorizzate e urla di donne e pianti e strilli di bambini. Ignaro del tragico equivoco, Mercurio, seduto sul lisciato, a testa bassa e con il fucile tra le mani, canticchiava tra sè e sè: – Ah, me la son presa, la medicina, me la son presa. Adesso sì che sto meglio…

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