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Araldica torese. Cento anni fa, l’atto di coraggio di una guardia comunale
13 dicembre 1920-13 dicembre 2020. Giusto un secolo fa a Toro, la guardia comunale Francesco Cutrone fu protagonista di un atto di coraggio che in condizioni drammatiche ma per fortuna non tragiche gli permise di porre in salvo tre persone, rimaste sotto le macerie di una casa crollata in via di Sopra.


Nonostante i tentativi fatti non siamo riusciti a procurarci una foto di Francesco Cutrone, la guardia Comunale di Toro protagonista dell'atto di coraggio del 13 dicembre 1920. ricorrenza di Santa Lucia. Rimediamo, per quanto possibile, con una foto in cui compare un altra guardia comunale "storica", Nicolino Iacobucci, qui fotografato nella festa dell'Incoronata del 1959. Alle sue spalle, per pura coincidenza, proprio la statua di Santa Lucia.
(Archivio Flavio Sebastiano)



Il prossimo 13 dicembre 2020, ricorre il centenario di un atto di coraggio che fu compiuto a Toro, in circostanza drammatiche ma per fortuna non tragiche, grazie alla prontezza d’animo del nostro protagonista. L’episodio, che a noi pare interessante, è tornato alla luce per un caso fortuito, a margine di una ricerca avente tutt’altro oggetto. Fu narrato con dovizia di particolari, a distanza di un anno e mezzo dal verificarsi dell’evento, nella deliberazione del 10 giugno 1922 della giunta municipale di Toro, composta dal cavalier Mario Magno sindaco, e dai signori Nicola Pietrantuono e Leonardo De Michele, assessori ordinari, assistiti dal segretario comunale Guglielmo Mastrogiovanni. Era stata una nota della Prefettura di Campobasso di qualche giorno prima a sollecitare la redazione e la trasmissione del verbale dal quale abbiamo attinte le nostre informazioni.


Incipit della delibera di Giunta del 10 giugno 1922 con attestazione dell'Atto di coraggio di Francesco Cutrone
(Archivio Comunale di Toro, registro delibere Anno 1922).



L’interesse suscitato dal documento nasce anche dall’omonimia che lega l’attuale giovane vicesindaco di Toro al protagonista dell’atto di coraggio avvenuto giusto un secolo fa: anche lui si chiavava Francesco Cutrone, e all’epoca vestiva la divisa di guardia municipale. La prima ipotesi è stata che potesse trattarsi del bisnonno del vicesindaco, il cui nome è scolpito in una delle quattro lapidi poste alla base del Monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale, insieme ai nomi di altri trentatré compaesani, per quanto ex combattente non deceduto in guerra ma a causa del servizio prestato in guerra, dopo essere tornato a riabbracciare la sua terra natia, a sposarvi Maria Nazzario nel 1919 e a mettere al mondo il figlio omonimo Francesco nel 1921.

Un veloce raffronto ha escluso tale possibilità. L’avo del vicesindaco era figlio di Mercurio e all’epoca poco più che ventenne, mentre si legge nella delibera di giunta che la guardia municipale Francesco Cutrone era figlio di Michele e aveva oltrepassato la soglia dei quarant’anni.

Come abbiamo avuto modo di segnalare in altre circostanze, i casi di omonimia in paese erano assai frequenti per l’usanza secolare di rinnovare nei nipoti i nomi dei nonni e per il ripetersi insistente degli stessi cognomi, essendo stata interdetta ai forestieri, salvo eccezioni, la facoltà di trasferirsi liberamente a Toro, i cui abitanti fino a quando è durata la feudalità, in buona sostanza fino a fine Settecento, hanno goduto del privilegio della mancata imposizione fiscale in quanto sudditi di Santa Sofia di Benevento.

Ad ogni buon conto, va precisato che i Cutrone non sono originari del nostro paese, ma vi arrivarono da Pietracatella nella seconda metà del Seicento, registrati anche come Cotrone o Codrone, tutte probabili varianti di Cordone, che rimane uno dei cognomi tipici del paese della Morgia. Sappiamo che il capostipite Giovanni Antonio Cutrone morì a Toro il 3 settembre 1684. Prima di lui, tuttavia, già nel 1661 era morta qui da noi la signora Lucrezia Tamburello, moglie di un Francesco Cutrone, anche lui di Pietracatella, che già quattro secolo addietro aveva dato il via alla omonimia specifica da cui siamo partiti. Nessuna meraviglia il proliferare dei soprannomi, utili a fare luce in questo ginepraio di nomi e cognomi uguali e che ne caso dei Cutrone comprende: Pasqualiello, Viccia, Pelosa, Spacchetiello, Baccalà, Barbiere, Micuccio, Stuorto, Ortolano, Scardalano, Cociafoglia, Ferritto, Cullese e Parapille. La casata, formata perlopiù da contadini, ha trovato solo nel secolo scorso due elementi di spicco: il sindaco Pietro, alias U prefessore ‘a Pelose, in carica negli anni 1952-1953, e il calzolaio Gaetano, nato a Toro il 10 maggio 1897, poi emigrato negli Usa, dove ribattezzato Guy è diventato uno degli uomini più vecchi d’America, avendo festeggiato nel 2002 la bellezza di 105 anni di età.

E veniamo all’atto di coraggio nel centenario della ricorrenza. La nostra guardia municipale Francesco Cutrone, del quale non siamo riusciti a recuperare nessuna fotografia, in quel fatidico 13 dicembre 1920, festa di Santa Lucia, si trovava “in compagnia di due militi dell’arma dei Reali Carabinieri”, quando “perlustrando le vie di questo abitato, e precisamente la via denominata di sopra [sic], furono improvvisamente arrestati da un rumoroso fragore”. Incredibile ciò che accadde allora: “i Reali Carabinieri immediatamente fuggirono”. È scritto papale papale, e l’Arma, la Benemerita, non riceve affatto lustro da quella fuga tutt’altro che animosa dei suoi rappresentanti, che all’epoca – occorre precisarlo – non risiedevano a Toro, ma erano ancora di stanza a San Giovanni in Galdo, la cui caserma, eretta all’indomani dell’Unità d’Italia, solo sette anni dopo, nel 1927, sarebbe stata traslocata a Toro.

Prudente e positivo fu invece il comportamento del Cutrone, che “si rifugiò sotto l’arco di una casa attigua, credendo si trattasse di terremoto. Dopo pochi minuti, riavutosi dallo spavento, e guardando verso il punto del rumore, rimase colpito dalla nebbia di polvere che si alzava e dalle grida dei vicini. In un attimo, accorse sul posto: dalla porta d’entrata una donna sbraitava stretta in mezzo all’uscio”. Ed ecco che “senza frapporre tempo, abbrancatosi all’altra metà della porta”, il nostro protagonista “fece tanta forza che riuscì a romperla e dare libero passaggio alla donna, certa Barile Filomena di Pietro. Salì immediatamente i pochi gradini e penetrato nella camera vide un uomo, Cutrone Carminantonio fu Nicola Giacomo, che disteso sul letto, ricoperto dalle macerie implorava soccorso, mentre lamenti di altra persona, che non si scorgeva affatto, uscivano dalle macerie ammonticchiate sul pavimento”.

Che cosa era successo? La guardia municipale dové rendersene conto via via che procedeva nella sua opera di soccorso. E noi lo apprendiamo insieme a lui, che “subito si dette a rimuovere il materiale e dopo sforzi inauditi, potette mettere in salvo la sorella del malato, Cutrone Giacinta fu Nicola Giacomo. Indi accorse a prestare aiuto al malato, il quale, per fortuna, era rimasto soltanto col capo scoperto e tutto il resto immerso nelle tegole calcinaccio e altro materiale caduto dal tetto, e volta diroccata. Nel frattempo alle sue grida accorsero De Renzis Saverio di Pasquale ed un Carabiniere che lo aiutarono a compiere l’opera di salvataggio”. Com’è precisato in seguito, “il disastro era avvenuto per le travi fracide [sic] della copertura del tetto, che rotta caddero sulla volta a pignatelli, che incapace a sostenere tutto il peso delle tegole travi e pietre che trovavansi sul tetto, crollò anche a sua volta riversandosi sulla camera ove abitavano gl’individui salvati”.

In buona sostanza, la guardia municipale Francesco Cutrone si trovò a intervenire in una casa a un solo piano e un solo vano, dove, a seguito del crollo del tetto e del sottostante solaio, erano rimasti in piedi solo i muri perimetrali che potevano crollare anch’essi da un momento all’altro. Quella casa, non è scritto nella delibera, ma lo desumiamo dallo Stato delle Anime redatto a Toro nel 1894 dall’arciprete Valerio Carlone, era identificata dal numero civico 38, essendo abitata un quarto di secolo prima dagli stessi fratelli Cutrone, Giacinta e Carminantonio, allora giovani rispettivamente di 27 e 25 anni, insieme al padre Nicola Giacomo sessantacinquenne, allora vivente.

Tornando sulla scena del crollo, buon per la guardia municipale l’aver trovato aiuto in un carabiniere che, tornato sui suoi passi, almeno in parte lavò l’onta sua e del collega, che invece persistette nella fuga. E a dimostrazione della potenza della ferrea usanza di rinnovare in una catena non interrotta il nome del nonno nel nome dei nipoti, di cui abbiamo detto, è notevole che ad accorrere in aiuto fu un Saverio De Renzis di Pasquale. Non era altro che il nonno omonimo del Saverio De Renzis, che molti di noi hanno conosciuto, anch’egli figlio di Pasquale e padre di un Pasquale a sua volta: insomma era il nonno di Saverio junior scomparso qualche decennio orsono, meglio conosciuto a Toro e a Campobasso, dove ha gestito in proprio un laboratorio di vetraio, con il diminutivo di Viuccio. Se cento anni fa i De Renzis già abitavano nella loro storica casa di Via Occidentale, alla base di rua Fabale che collegava quella via con la via di Sopra, dove era avvenuto il crollo, allora è ragionevole ipotizzare che la presenza di Saverio De Renzis senior fosse giustificata dalla vicinanza delle due abitazioni, l’una a capo e l’altra ai piedi della rua, o viarella per dirla alla torese.


Dipinta di giallo, la casa a un piano in via di Sopra, incrocio Rua Fabale, verosimilmente crollata il 13 dicembre 1920
(Foto E. Mascia)



La lettura del documento offre altre significative informazioni. A cominciare dal fatto che la guardia municipale Francesco Cutrone “è dell’età di anni quarantaquattro [sic, gli anni in realtà erano quarantatré, essendo nato il 4 febbraio 1879], di statura piuttosto bassa e di forme non atletiche”. Il che, evidentemente a giudizio degli amministratori comunali, aggiunge meriti al valore della sua abnegazione.

E a questo punto riportiamo sul suo conto le testimonianze raccolte di recente da ultranovantenni, come ad esempio Anna Iacobacci fu Francesco e Rinuccia Ferrara fu Vincenzo. Costoro hanno riferito che il Cutrone continuò ad essere attivo e dinamico anche dopo essere andato in pensione, lasciando nei concittadini l’immagine di un uomo prima, e di un vecchio poi, davvero in gamba. Come dicevamo, sia lui sia in genere tutti i compaesani erano allora meglio identificati e conosciuti con il soprannome di famiglia. Nel suo caso, non con il nome di Francesco Cutrone, che come abbiamo visto dava adito ad equivoci a causa di almeno una omonimia, senza eventualmente escluderne altre, ma con il nome e il soprannome di ze Francjsche Ferrjtte, zio Francesco “Ferritto”, e zio in questo caso era solo il titolo di rispetto che i bambini davano alle persone adulte, e tutti alle persone anziane. Oltre che come guardia municipale, ze Francjsche Ferrjtte è ricordato in paese anche come suocero di Franceschille di Mùnece (Francischiello dei Monaci, ovvero Francesco Evangelista), uno dei non pochi toresi che negli anni Cinquanta del Novecento fecero fortuna in Venezuela, prima di ritornare a godersela in Italia: una figura assai popolare in paese anche per la tragica, straziante fine toccata in terra venezuelana al figlio, ammazzato per una crudele fatalità e in circostanze incredibili da un compagno di studi proprio il giorno della laurea in ingegneria. Altre tre figlie femmine, Francesco Cutrone le aveva maritate invece a San Giovanni in Galdo, dove esportarono il soprannome di famiglia, Ferritto, che è ancora in auge, mentre a Toro si è estinto con la morte del padre, avvenuta nel luglio 1951.

Aggiungendo particolari interessanti alla nostra storia, il resoconto ufficiale della delibera di giunta precisa, e il chiarimento tende a sottolineare e accrescere la valenza del gesto di Francesco Cutrone, che nonostante lo stesso cognome “le persone salvate non avevano alcuna relazione di parentela o d’interessi col medesimo”. Precisa inoltre che “gl’individui presenti, i quali potevano apportare aiuto per essere accorsi anche loro, se ne restarono timidi e senza muoversi”. Circostanza quest’ultima che, fatte salve le belle eccezioni di Cutrone e De Renzis, ovviamente non torna ad onore del temperamento e del senso civico dei toresi di cento anni fa e li accomuna ai carabinieri che in quell’occasione non diedero buona prova di sé.

Fornendo anche informazioni di carattere sanitario, il documento riferisce che Filomena Barile, di anni trentadue, “rimasta stretta tra la porta d’entrata, riportò lesioni al petto e alla schiena” e che “Cutrone Giacinta di anni 60, rimasta sepolta dalle macerie, si ebbe una frattura al collo del piede sinistro ed un’altra al braccio destro”, mentre “il malato Cutrone Carminantonio fu Nicola Giacomo di anni 55 per fortuna rimase incolume”. Un’annotazione di carattere psicologico accomuna infine i “salvati” e il “salvatore”, i quali tutti “dopo il fatto rimasero sbalorditi senza darsi conto dell’avvenimento”.

Non poteva mancare la perorazione conclusiva del sindaco Magno e degli assessori Pietrantuono e De Michele a favore del loro compaesano. “Poiché – essi dicono – l’atto di valore e di abnegazione compiuto dal Cutrone merita di essere ricordato lodato e segnalato alla superiore Autorità”, la giunta “fa voti perché questa voglia proporlo per una giusta e meritata ricompensa”.

E una giusta e meritata ricompensa con ogni probabilità arrise al bravo concittadino, alla guardia municipale Francesco Cutrone, alias Ferritto, al quale a un secolo dell’accaduto, con questo scritto, nei limiti delle nostre modeste possibilità, va anche il tributo di una perdurante e giusta eco della sua encomiabile azione.


Post scriptum

Il centenario dell’atto di coraggio di Francesco Cutrone si presta anche per ricordare le altre guardie comunali che dopo di lui si sono succedute nel nostro paese e per segnalare come il termine guardia sia curiosamente riportato nel dialetto locale al maschile. Da noi si dice u guardie, anziché ‘a guardie, come sarebbe più giusto. L’uso è attestato anche a livello onomastico. Per esempio, Nicolangelo Tucci (classe 1918), proprietario di un antico e caratteristico trappeto in attività in una stradina laterale di viale San Francesco fino agli Anni Settanta del secolo scorso, era conosciuto appunto come Colangele du Guardie, con evidente riferimento al padre o un antenato “guardio”.

E dunque, dopo Francesco Cutrone, che dal 1927 al 1936 si concesse una parentesi di emigrato negli Stati Uniti, ha prestato servizio a Toro Luigi Passarelli da Ielsi, papà di Mario, “guardio” a sua volta.

A succedere al Passarelli padre, diciamo all’ingrosso a fine Anni Quaranta, è stato zio Nicolino Iacobucci, il papà dei sacerdoti francescani padre Lino e padre Gaetano, rimasto in servizio fino a metà anni Sessanta. Dopo di lui, è stata la volta di Donato Martino, in carica dal 1966 al 1974, e quindi di Mario Passarelli, figlio d’arte, il quale è rimasto in servizio fino al 1990, anno in cui vinceva il concorso di agente di polizia municipale Peppino Garzone.

Con Garzone che nel 2003, lasciava l’incarico alla signora Angela Fanelli di Riccia, per assumere a sua volta quello di responsabile dell’Ufficio Anagrafe, la qualifica storica tradizionale di “guardie” veniva sostituita da quella moderna di vigile. Infine, e siamo ai giorni nostri, dal 2010 è in servizio nella qualità di agente di Polizia Municipale, Antonello Caruso.

Ringraziamenti:
Luigi Pircio di San Giovanni in Galdo e Domingo Mosca di Campobasso, pronipoti di Francesco Cutrone;
Enzo Mascia, Giuseppe Garzone e Donato Martino.



Mario Passarelli, guardia comunale dal 1974 al 1990, ritratto in Piazza del Piano,
Si riconoscono, da sinistra Giovannino Di Girolamo (Sgrane), Emidio De Michele,
Saverio Cutrone (du Sturte), Rodolfo Carolla e Amedeo Lamenta.
Postato il Venerdì, 11 dicembre 2020 @ 23:00:00 di giovanni_mascia
 
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